Storia di un lupo

 

 

 

Acqua di pozzo, fangosa e torbida. Acqua di fonte, fresca e chiara; acqua di fosso, di latrina. Acqua rossa di ferro o salata, che ne chiede ancora. Nel suo procedere ostinato verso ciò che gli è promesso accade che si disseti dove capita. Tu non lo vedi,  lui vede te. Sente te. Prima che tu lo immagini, prima che tu lo pensi, sicuramente prima che tu decida di vederlo. Vien da pensare che le poche volte che si mostri lo voglia lui. Per dar segno della propria esistenza, perché così egli stesso sappia di esser vivo. E poi torni  in quella terra a noi ormai sconosciuta, dove stanno coloro che vedono, annusano e sentono, ma più forte, con più vigore ed un’intensità che toglie il fiato.

Spesso mi son trovato a desiderare un incontro.  A cavallo ci penso spesso. Lo sguardo si inoltra nel fogliame, si posa sui crinali.  Nelle radure strizzo gli occhi  a cercare la sagoma, l’impronta. Mi piacerebbe un giorno incrociare i suoi passi, non in cattività, non nel luogo in cui l’uomo l’ha costretto, ma nel suo regno. Guardarlo negli occhi sarà come affacciarsi sull’abisso, porte socchiuse. Carnivoro in cima alla piramide alimentare ha imparato presto ad avere paura dell’unico animale in grado di sterminarlo. Così ci evita accuratamente. Non sapendo se chi si avvicina abbia buone o cattive intenzioni ha deciso, per non rischiare, di abitare la zona grigia. Boschi fitti, piste sconosciute, anfratti segnati solo dall’assenza del nemico. Il cavallo permetterebbe di nascondere l’odore che gli fa rizzare il pelo ed accelerare il passo. Vestirsi di selvatico per ingannar l’olfatto.  Lo immagino incontro tra due mondi.

Ricordo un pastore che a difesa del suo gregge aveva posto grossi cani adatti al compito. Sorrideva di tutto ciò e con saggia rassegnazione affermava che se il lupo avesse voluto non v’era nessuno in grado di fermarlo. Il cane ha la pancia piena, diceva, il lupo no. Il guardiano, pasciuto, si perde in pensieri altri, il lupo no. Ha un solo pensiero, un solo obiettivo e una tenaglia nella pancia che non lo fa dormire. La differenza  sta in questo.  Son due mondi differenti. Due abissi appunto. Uno la certezza della ciotola, vicino al gregge, l’altro quello della fame, che ossessiona. Ogni gesto condotto in economia, senza inutile spreco di energie. La rinuncia assicura libertà: dai doveri, dai rituali, dal legame con l’uomo ed il suo mondo, tutto  volto al profitto, al generare ordine e progresso. E’ per questo forse che l’incontro è ancora oggi così carico di paure ingiustificate, di aggressività mal riposta ed i lupi sono fatti oggetto di avvelenamenti od uccisioni indiscriminate. “Assaltano le greggi” si dice. In realtà non è solo per questo che li si ammazza. Essi simboleggiano ciò che in noi è presente in stato latente, l’erba sotto i piedi, l’attesa della caccia, la violenza della caccia, pioggia sulla pelle, la sicurezza del branco, l’assenza di tempo e il perdersi. In spazi immensi. Ho letto di boscaioli all’ inizio del ventesimo secolo. Lontani da casa settimane, mesi. Immersi nella natura selvaggia, quando tornavano al paese dicevano “eravamo come lupi, ci nascondevamo”. Come se quell’immergersi nel profondo dell’elemento naturale, vivere secondo le sue leggi, fosse qualcosa di cui poi vergognarsi o l’immensa fatica del dover riemergere a rituali quotidiani di cui, nel tempo, si è perso il senso.  Il sangue si mescola, la mente si confonde. Tanti di loro per non sentire l’angoscia del vivere tra  due mondi si abbruttivano con l’alcool altri, stufi, andavano ad ingrossare le fila degli spalloni sul confine tra Italia e Svizzera. I nostri filtri mentali, i vestiti e le abitudini che indossiamo ce lo hanno reso sempre più distante, incomprensibile. Eppure continua ad interrogare sul senso del mio vivere, ogni tanto facendo capolino tra le pagine dei giornali, sugli schermi televisivi o nelle storie che ancora oggi, di tanto in tanto, per fortuna, mi capita di ascoltare. E’ in questo modo che azzanna le mia coscienza, le pecorelle che conto prima di dormire.

 

Due anni fa un forestale mi raccontò di un lupo sotto il treno. Eravamo sulla fiat campagnola in direzione parco della Val Grande per recuperare lo zaino incautamente precipitato in un dirupo durante uno dei miei vagabondaggi. Pioveva forte. Non so perché si cadde sul discorso. Si parlava di cinghiali e di come fosse necessario limitarne il numero nel parco a causa dei numerosi danni che procuravano ai pascoli. Li catturavano con esche e gabbie e poi li giustiziavano  a colpi di pistola. Ne parlava guardandosi le scarpe, senza orgoglio. Diceva “non è un bel lavoro così” e negli occhi si leggeva il ricordo doloroso della mattanza. Ho accennato alla necessità di introdurre predatori, ma egli, con sorriso indulgente che mostrava abitudine all’ascolto di tali ingenue scoperte, contrapponeva la pericolosità di modifiche artificiose  all’habitat naturale. Mi spiegava la complessità di un equilibrio fragile e delicato formatosi all’interno del parco con il  succedersi di innumerevoli stagioni dopo l’abbandono del territorio da parte dell’uomo. “Ma la natura se ne frega e fa il suo corso” mi disse e fu allora che  mi parlò  di un esemplare di lupo ritrovato morto proprio sul confine del parco.

Accadde una notte fredda di gennaio, a Vogogna. Un giovane lupo attraversa la massicciata della ferrovia che corre in direzione sud, verso Milano. E’ buio, probabilmente accecato dai fari della motrice, non fa tempo a balzare di lato e viene colpito sul capo violentemente. La sua vita si spegne così nell’abitato di Prata, a ridosso dei binari. A un passo da quell’oasi incontaminata che è il Parco della Val Grande. Non si sa se provenisse proprio da lì o fosse quella la destinazione. A me piace pensare che fosse in procinto di entrarvi, ma una curva del sentiero lo abbia portato a fermarsi prima, sulla soglia del paradiso. Immagino che se vi fosse entrato mai e poi mai se ne sarebbe allontanato. Ed invece il forestale mi spiega che i giovani lupi non sono stanziali, si dicono in dispersione proprio quando decidono di allontanarsi dal branco per cercare nuovi compagni. Il branco stesso infatti consente una sola coppia riproduttiva e questo li spinge a cercar fortuna altrove. Eccoli allora spostarsi in questi territori, solitari, spauriti e tenaci. Alla ricerca di un compagno o di una compagna con il quale colonizzare un territorio, costituire un nuovo gruppo.

Ma torniamo al nostro lupo. Giace lì, con il cranio fracassato. Quelli che lo rinvengono lo scambiano per un cane.  Un impiccio per l’operaio del comune che viene incaricato di seppellirlo, ma dove? In inverno la terra è ghiacciata, dura come il marmo di Candoglia che dista pochi chilometri dal luogo del rinvenimento. Si pensa di incenerirlo, ma intanto trascorre del tempo prezioso. Se ne parla, forse circola qualche foto. E’ qui che accade. Un uomo riconosce in lui tratti sepolti. E’ questo il momento che mi affascina di più di tutta questa storia. Quando è stato che ha “visto” il lupo?  Non con gli occhi si arriva a queste conclusioni, altra è la porta attraverso cui un mondo ne incontra un altro, un cane diventa lupo e la storia cambia. Un eco lontano, un soffio gelido sulla pelle o semplicemente un torcersi delle viscere. Nel vigile si insinua il dubbio, lo vuole rivedere. E se fosse un lupo? Vi sono stati avvistamenti in tempi recenti, non così vicino ai centri abitati, ma chi può dirlo. Si chiama il veterinario della Asl che subito conferma la fondatezza delle insolite percezioni. Non si tratta di un cane. Per essere più precisi lo si invia all’Istituto zooprofilattico di Torino. Il responso arriva con certezza dopo l’analisi del Dna. Lupus italicus appartenente con molta probabilità ad un branco presente sulle montagne della vicina Svizzera, nel Vallese, dove i lupi li abbattono per legge quando superano un certo numero di vittime tra le greggi. Sono esemplari che hanno risalito la dorsale appenninica e si sono stabiliti sulle alpi occidentali abitando i confini come territori indivisi e liberi.

A distanza di un anno il lupo è tornato a Vogogna ed ora fa bella mostra di sé, impagliato, nelle sale del museo comunale. A due passi dal paradiso del parco naturale della Val Grande, ma a questo punto per lui non è più importante. Chi l’ha visto dice che è innocuo e, pare, sorridere all’uomo ed alla sua smisurata superbia.

11 marzo 2014     Saulo Zanetta