giovani adulti

Giovani-adulti è volutamente un ossimoro (parola che contiene in sé significati contrastanti). Noi la utilizziamo per indicare le popolazione alla quale facciamo riferimento: giovani, dai 18 ai 27-28 anni, considerati adulti, perché ormai maggiorenni. Dove sta allora la dicotomia che ha reso necessario individuare un termine per indicare questa fascia d’età? Nel fatto che essi appartengono proprio ad una terra di mezzo, collocata tra il sentirsi ancora adolescenti, dipendenti, volubili e l’essere sottoposti, dal complesso mondo sociale, istituzionale a richieste di adultità e assunzione di responsabilità che mal si combinano con desideri di fuga, svago e bisogni di accudimento.  Essi vivono  sulla loro pelle questa frattura. Una trasformazione non ancora compiuta, un’identità non del tutto accertata, e dall’altra parte, una spinta inesorabile, continua,  al diventare produttivi, al compiere gesti significativi, che rappresentino un segno tangibile del proprio piegarsi al volere dei più, della società in cui viviamo. Questo processo si chiama adattamento e prevede grosso modo di uniformarsi ai costumi, adeguarsi alle regole, impegnarsi in attività remunerate. Con la promessa che tutto ciò garantisca la tanto agognata felicità o soluzione a conflitti laceranti.

 In quale contesto storico, sociale e culturale si inseriscono il sostegno psicologico e la psicoterapia rivolte ai giovani adulti ? A quali bisogni rispondono? Quale è la modalità, il pensiero, con cui i professionisti del Centro Eric Berne si avvicinano a  questo campo?    Sono domande importanti, alle quali ci si trova spesso a dare risposta in un secondo momento. Come capita adesso, con questo scritto. Prima si attiva l’intuizione. Il nostro inconscio conosce già le risposte ma esse non sono ancora formulabili a parole. A ruota dell’intuizione una piccola indagine sulla omogeneità di alcuni vissuti sia dei nostri giovani pazienti sia dei terapeuti, l’ipotesi di un modello di intervento, l’attuazione di quest’ultimo . In seguito consolidamento e riflessione critica.

Alle parti più teoriche si può dare forma successivamente, quando si è già un po’ avuto a che fare con la creatura. Quand’essa ha trovato una sua collocazione naturale, si è ambientata e magari come capita per la nascita di un figlio ci si accorge che è un po’ diversa da come la si era immaginata. E allora tocca digerire questa “diversità”, spiegarsela ed accettarla. E questo richiede un tempo. Come è capitato a noi. Ma ora siamo pronti.  A rivestir di parola ciò che facciamo. A dare dignità di scrittura a quello che fino ad ora è stato solo “parlare tra noi”. Questo elaborato è il frutto di conoscenze diverse, di cui noi come professionisti, siamo portatori. Nel corso dei mesi le abbiamo condivise ed esse si sono trasformate in un linguaggio comune che  permette di muoverci in questo universo.  I saperi si sono influenzati vicendevolmente, si sono arricchiti e consolidati, provenendo da terre conosciute e luoghi sconosciuti. Il processo ha risentito delle nostre precedenti esperienze e della volontà di migliorarle.

Nel mio caso l’esperienza si è formata anche grazie al lavoro svolto in una Comunità per minori. L’intento di quest’ultima era quello di fornire un ambito il più possibile famigliare a quei ragazzini che per diversi motivi non potevano usufruirne. L’idea iniziale, come credo quella di tutte le strutture che si rivolgono ai minori, è di vicariare, sopperire alla mancanza dei genitori con un accompagnamento educativo rappresentato da figure maschili e femminili in grado di fornire quel modello adulto di coppia genitoriale ai quali i ragazzi possano appoggiarsi ed imitare nel loro percorso di crescita. Ricordo la direttrice dell’epoca che diceva: “l’idea di Comunità che ho in mente è quella nella quale il profumo del pane è la prima cosa che si sente arrivando!” . Credo che almeno nel primo periodo le cose siano andate così. Poi, ed io ero già arrivato, sono cambiate. I ragazzi sono cambiati. Iniziano ad arrivare giovani che le famiglie dichiarano ingestibili, la maggior parte figli di persone straniere, molti con solo una figura genitoriale, generati da coppie poi separate. Essi sono il frutto del cambiamento  che riguarda la società. Il suo arricchirsi di nuove etnie, diventare rifugio per molte persone che scappano dalla povertà e dalla guerra. Ma questi giovani sono portatori di nuovi bisogni. Essi non sono più  arrendevoli ragazzi che necessitano di trovare affetto ed accudimento.  Sono arrabbiati, di una rabbia che vedremo in seguito quali siano in suoi contenuti. Sono in guerra con le figure adulte che li hanno traditi, maltrattati e poi abbandonati. Mal sopportano l’autorità. E questo corrisponde al declino del modello patriarcale che riguarda tutta la società moderna, ma nel loro caso genera effetti che provocano difficoltà nel mantenere un comportamento adeguato all’interno di una struttura comunitaria. Non hanno mai ricevuto dei no, gli è bastato fare la voce grossa, rompere qualche cosa, per ottenere attenzione e soddisfazione. Non sono abituati a condividere, sono monadi incentrate sul soddisfacimento dei propri bisogni. Autocentrati, narcisisti e feriti nel profondo. Questa nuova utenza sconvolge le regole. Gli accorgimenti fino ad allora adoperati per curare non funzionano. Essi non accettano più di buon grado un simile collocamento, ma lo vivono in prevalenza come l’ennesima ingiustizia. Questo vissuto porta ad una conflittualità molto alta. Gli operatori devono conquistarsi a prezzo di immani fatiche un minimo di investimento affettivo. Il rapporto è spesso più da secondino-carcerato che da educatore-ragazzo. A mio avviso questi sono i motivi principali  che portano le Comunità a  vivere un periodo di profonda crisi e riflessione.  In me hanno provocato la cessazione del rapporto di lavoro a causa del grande investimento emotivo che esso richiedeva. A fronte di questi episodi è difficile mantenere un equilibrio ed un distacco tali da non compromettere la qualità della propria vita privata.

I giovani adulti che accedono al Centro Eric Berne hanno attraversato più o meno felicemente le tempeste adolescenziali ed iniziano ad avvertire l’esigenza di qualcosa di nuovo, stimolante e coinvolgente, che gli consenta di uscire dalla dinamica di contrapposizione con il mondo adulto che li ha dominati per un lungo periodo. Essi sono affamati di “struttura” e “riconoscimento”. In termini analitico-transazionali, “riconoscimento” significa alla ricerca di  una disconferma delle convinzioni patogene. Cioè sono convinti di valere poco, di non essere all’altezza, convinzioni errate appunto . Tutte le loro esperienze precedenti li hanno levigati fino a raggiungere questa forma, intima consapevolezza. Nonostante questo sono comunque assetati di verità. E la verità è che nulla di ciò che sono è immutabile, incrollabile e certo. Cercano quindi un segno che il loro destino non si debba compiere in quella forma.  Cercano il riconoscimento del loro intrinseco valore. La formula che libera dal maleficio. E se detta così sembra riguardare le arti magiche, in realtà questa responsabilità ricade su tutti noi, Adulti e Genitori, in termini molto pratici;  e concerne il modo con cui guardiamo questi giovani ed il modo con il quale ci avviciniamo a loro. Essa quindi ritorna ad essere terrena, concreta ed estremamente definibile come esperienza di interazione con loro. Non è magia, nel senso che il potere che sprigiona non è riconducibile a fattori esterni, estranei alla relazione. Non si basa su poteri che discendono da un altrove indefinito e misterioso, che trovano fondatezza in pratiche occulte e complicate ma su gesti, parole, atteggiamenti appropriati. Un’attenta distribuzione delle energie. Questi accorgimenti producono degli effetti che talvolta possono essere definiti “mirabolanti” o “spettacolari” perché non del tutto spiegabili con le nozioni scientifiche in nostro possesso, anche se, nel campo della comprensione di questi fenomeni, molti passi avanti si sono compiuti soprattutto grazie alla relazione tra fisica quantistica e neuropsicologia.  Il riferimento alla fame di “struttura” riguarda invece l’aver bisogno di strutturare il proprio tempo, il riempirlo nel modo più soddisfacente possibile. Allora Eric Berne dice: “vi sono sei modi di trascorrere il tempo che ci tocca di vivere: isolamento, attività, passatempi, rituali, giochi e intimità”. Ed è proprio quest’ultimo il più gratificante ma anche il più difficile da raggiungere e mantenere. Intimità riguarda l’essere sinceri e onesti con se stessi e con gli altri il più possibile. Sentire di non dover indossare alcuna maschera,  essere accettato ed amato per ciò che si è. Questa aspetto, del tempo e dell’anima, è ciò a cui tutti aneliamo, compresi i nostri giovani. Spesso la strada più breve per raggiungerla è rappresentata dalle sostanze. Rischiosa. Per noi è invece un cammino di scoperta e di salute attraverso cui sperimentare la sensazione  confortante.

 Ora torniamo ai giovani adulti dei quali abbiamo deciso di occuparci. Chi sono?

Alcuni dei ragazzi che arrivano al Centro sono effettivamente in una situazione di blocco, di impasse. Si sentono in una condizione di svantaggio rispetto ai loro coetanei che  lavorano o proseguono gli studi. Soffrono, spesso, perché non si sentono bene come gli altri. Ma quale è la causa di questo mancato adattamento? Che cosa sta dietro questo disagio avvertito? Qui mi preme affrontare due fattori che possono generare situazioni di disadattamento. Uno è di tipo sociale – culturale – e riguarda i tempi che viviamo e l’altro è di ordine più psicologico-personale ed è specifico di ogni ragazzo. La variabile socio-culturale ci riguarda tutti perché è il brodo nel quale siamo immersi. Essa è stata definita da Benasayag e Schmit “L’epoca delle passioni tristi” in un loro celebre libro. Per farla breve essi individuano in alcuni cambiamenti del tipo di organizzazione famigliare prevalente oggi la causa dell’aumentato disagio degli adolescenti. In particolare attribuiscono molta importanza alla assenza del padre come figura autoritaria che priva il giovane di quel necessario confine o limite che consente di interagire e proteggersi.  Il “tramonto “ del sistema patriarcale come tipo di  organizzazione famigliare  è individuato anche da Capra (Il punto di svolta, 2009 Feltrinelli) come uno dei fattori di cambiamento presenti nella nostra società. Esso rappresenta certamente il declino dell’autoritarismo come modalità di trasmissione del sapere ed il tramonto delle regole sulle quali si basano le relazioni ed in generale la società odierna. Ma esso è solo una delle possibili forme di organizzazione e quindi non vi è da disperarsi se ne percepiamo il decadimento.

 I giovani non accettano più che gli venga imposto come debbono comportarsi, ma esigono che siano spiegate loro le ragioni e la convenienza nell’adottare un certo tipo di comportamento. Si tratta di cambiare il modo di trasmettere certi messaggi, non possono più essere calati dall’alto, ma trovare una loro collocazione all’interno di una relazione significativa, essere adatti ad uno scopo ed essere facilmente fruibili. Accanto a questa variabile, che appartiene alla sfera antropologica, ve né sicuramente un’altra, che appartiene invece ad una dimensione apparentemente solo tecnologica, ma i cui riflessi possono poi avvertirsi anche in quella sociale, culturale, psicologica. Si tratta della “rivoluzione digitale” in atto.

Per quanto attiene alla dimensione psicologica che più ci riguarda da vicino, i mutamenti avvertiti sembrano segnalare un crescente disagio, malessere, nell’area dei giovani, ma forse ancor di più nelle persone che dovrebbero occuparsene: insegnanti, educatori, genitori, datori di lavoro. Essi infatti testimoniano una difficoltà crescente nel rapportarsi con questa età e chiedono aiuto agli specialisti che li aiutino a trovare il modo. Ecco insinuarsi il dubbio allora che tutto questo allarmismo non sia altro che il prodotto delle nostre paure! Lasciamo che questo interrogativo ci accompagni nel cammino e torniamo a sentire ciò che ci dicono gli esperti.  Lo psichiatra Gustavo Pietropolli Charmet afferma, a proposito dei giovani di oggi, che si tratta di avere a che fare con Narciso e non più con Edipo. In questo sostiene che il tipo di struttura di personalità prevalente oggi nelle nuove generazioni non è più quella che in passato si ribellava ad un padre autoritario e repressivo, e per questo doveva liberarsi in qualche modo di una figura ingombrante per poter crescere (Edipo, Super Io), ma quella del Narciso, abituato a continue conferme del proprio valore, incapace di sopportare frustrazioni e contrasti al proprio volere e che reagisce con rabbia quando questo riconoscimento non avviene. Ecco allora che la modalità con cui ci si può approcciare a loro cambia. Il veicolo non può più essere “l’imposizione” ma “l’esposizione”. In questo frangente il contratto analitico transazionale ricopre un ruolo chiave.

 Ecco come esso può essere esposto:  “Io non ti chiedo più di adeguarti a queste regole contro la tua volontà, per il tuo bene. Ti propongo, ti espongo un insieme di regole da rispettare se vuoi che continuiamo quello che stiamo facendo insieme, e mi aspetto che tu le osservi solo se pensi che quello che stiamo facendo insieme ti fa stare bene. L’assunto di base che sta al di sotto di questa affermazione è che io non so nulla di ciò che ti fa stare bene. So però quello che fa stare bene me. E tra queste cose che mi fanno stare bene c’è anche il rispettare certe regole che hanno a che fare con la distanza, l’educazione e l’impegno”.

 Ma lungi da noi l’idea che esse possano rappresentare una ricetta buona per ogni occasione o la soluzione ai problemi dei giovani oggi. No, non abbiamo risposte o strumenti certi da poter utilizzare in tutte le situazioni.  Sappiamo solo ciò che fa stare bene noi ed il tempo che ci avanza lo occupiamo nell’essere curiosi delle modalità di altri. Del loro particolare modo di stare al mondo. E’ da questa posizione che ci avviciniamo. Con curiosità e rispetto, ma anche accortezza e decisione nel proteggere il nostro modo di stare insieme – di leggere il mondo – modalità dell’equipe di incontrarsi, di parlarsi e relazionarsi. Questo atteggiamento ha origine in un processo di costruzione della realtà che trova fondamento nella formulazione delle teorie filosofiche a partire dal IV secolo a. C. con il tentativo di dare risposta a dilemmi esistenziali , fino ad arrivare alla fenomenologia, con il suo richiamo ai fenomeni, che si presentano a noi da sempre indissolubilmente associati al nostro punto di vista. Ritornare alle cose, ai fenomeni, come punti di partenza e prove per estrarre da essi le caratteristiche essenziali delle esperienze e l’essenza di ciò che sperimentiamo. Sospendere il giudizio! (epoché), come sosteneva Edmund Husserl.    Da queste visioni abbiamo colto ciò che ne è derivato nelle applicazioni della psichiatria sociale e della psicologia intersoggettiva. Esse sostengono che l’oggetto non può essere separato dal soggetto, esso non esiste in sua assenza. Se così è, la realtà che ci circonda non è data oggettivamente ma costruita dal soggetto che così la percepisce. In ambito educativo questo paradigma restituisce somma importanza alla condivisione dei dati di realtà all’interno dell’equipe perché essi non sono oggettivamente dati ma si creano proprio in seguito a questo processo. Delicato. Complesso. La cui complessità, intesa come ricchezza di aspetti del sé riferiti all’oggetto in questione (in questo caso il giovane-adulto), è generata dalle molteplici visioni di ciascun operatore.  L’adottare un punto di vista simile ci consente di non aver bisogno di risposte immediate, di realtà consolidate. Richiede di navigare a vista, di abitare il dubbio, accettare il dato incerto. Ma spalanca a noi e ai nostri giovani pazienti il mondo delle molteplici possibilità, delle realtà ancora da scrivere, delle vite ancora da vivere.

Ora, spingendoci oltre in tale formulare, se questo è il nostro pensiero riguardo a ciò che ci circonda possiamo affermare che ciò che ci circonda è così perché questo è il nostro pensiero.  Il mio modo di pensare costruisce la realtà, il mio modo di vedere l’universo giovanile e il tempo nel quale vivo è esattamente la rappresentazione che meglio si adatta al mio dialogo interno. E’ questo il motivo per il quale spesso sull’argomento si ascoltano fiumi di parole il cui significato è semplicemente quello di rappresentare una parte di sé. Il più delle volte la parte critica.  Vi sono vere e proprie professioni che si costruiscono sull’espressione di questi aspetti interiori. Immaginatevi come spesso ci piace dare voce al Genitore Critico. Quando esso cattura la scena non vi è argomento sul quale si possa discettare senza lanciarsi in conclusioni negative. Spesso esse riguardano i tempi e i modi (“Ai miei tempi…, Una volta.. E’ tutto cambiato!” “I giovani d’oggi…).  Ogni informazione che giunge dall’esterno viene vagliata per testarne la capacità o meno di rappresentare questa parte. Se è il Genitore Critico sulla scena i dati dell’esperienza verranno uniformati al suo pensiero e questo esercizio comporterà che gran parte dei dati positivi verrà tralasciata e andrà perduta. Se invece è il Genitore Affettivo che prende la scena è possibile che tutto sia vissuto in modo da essere giustificato, accettato. Privandoci così della capacità di obiettare ed agire in funzione di una conoscenza più approfondita e meno superficiale. A questo punto è importante essere consapevoli di questi fenomeni e riconoscerli quando si manifestano in noi e, di riflesso, all’interno dell’equipe per evitare di riversarli inutilmente sulle generazioni a venire. E’ in questo modo che abbiamo iniziato a nutrirci di informazioni provenienti dal mondo che potessero essere discordanti o in antitesi con una visione cupa e pessimista dei giovani – di noi stessi – e del nostro tempo. E’ nostra intenzione così coltivare assieme a voi questo sapere che ogni tanto compare su riviste specializzate, giornali, libri e trasmissioni. Nei prossimi articoli infatti di questa collana daremo testimonianza di voci dissonanti tentando di restituire verità storica a fenomeni che ci capita di incontrare nella pratica quotidiana e nella vita in generale.

 

16 settembre 2016                                                                                  Saulo Zanetta