La porta dei sogni

Alcuni anni fa ebbi in terapia un giovane adulto, sulla trentina. Si presentò con la richiesta di trovare sollievo da uno stato di insoddisfazione principalmente legato al lavoro ed alla sfera affettiva. Il percorso durò qualche anno (non uno o due ma di più). Fu il tempo necessario perché tutte le lacrime potessero scorrere e le parole pronunciate. Come accade spesso infatti al di sotto dell’insoddisfazione si celavano conflitti profondi, divieti perentori e modelli di vita ormai superati. Nel corso dell’analisi lo strumento che individuammo come più adatto alle sensibili corde del giovane fu il sogno e la sua rivisitazione. Oggi ancora a distanza di anni alcuni quei sogni sono rimasti in me come immagini vive e significative, in grado di risvegliarmi sensazioni piacevoli a cui ogni tanto mi abbandono.

Il sogno come porta per accedere all’inconscio ove risiede quella “memoria di” che non è stata mai formulata e per questo è detta implicita. Una parte di noi, della nostra esperienza vissuta, con la quale coabitiamo senza conoscerla. Il vicino che sta sempre chiuso in casa, tapparelle abbassate, posta non ritirata. La terapia attraverso il sogno in fondo è questo, politica di buon vicinato. Permesso a scoprire e conoscere, ma anche mantenere un canale di comunicazione tra questi due universi apparentemente così distanti ma, mai come in questo caso, così tremendamente vicini.

Pochi mesi dopo l’inizio mi portò un sogno nel quale io e lui si faceva a pugni. Lui vinceva, me ne sferrava uno da ko, uppercut sotto il mento. Senza possibilità di replica. Uno di quei colpi che nel pugilato si dice “spengono la luce”. Era molto preoccupato di ferirmi nel parlare di tutta questa violenza rivolta verso di me. Io pensavo al coraggio, al permesso di superare le formalità per entrare in intimità e parlare di ciò che veramente accade tra due persone quando queste si ingaggiano in un rapporto sincero come dovrebbe essere la terapia. Al di là quindi di tutte le interpretazioni legate al potere, alla carica aggressiva, all’attacco al Genitore, ciò di cui mi parlava quel sogno era “Ok ci sono, ho capito come si procede, ci sto!”.

Un giorno, mi raccontò, era in piscina, durante la pausa pranzo di un lavoro logorante. Sotto la doccia gli venne da pensare che se io fossi morto nessun’altro in quel momento avrebbe potuto aiutarlo ad emergere da quell’angoscia. Si augurò con tutto il cuore che questo non accadesse e nell’intimo si sentì scosso da una paura così grande per una persona in fondo sconosciuta. Perché l’analisi è anche questo. Sentimenti nei confronti di qualcuno che a malapena sai come si chiama. Anche qui, abbandonando i significati reconditi di fantasie di morte condite da desideri di supremazia e potere derivanti dall’uccisione del padre o del fratello, preferii accogliere questo timore come il segno di un amore appena nato. Il sogno che ricordo successivo, raccontato dopo molta reticenza, fu di un amplesso tra me e lui. La sessualità che irrompe sulla scena della terapia. Altro splendido permesso al contenuto inconscio di poter trovare parola, essere detto. Non ricordo cosa si disse poi in tale occasione. Pensai alla fusione della coppia paziente – terapeuta. Un amore carnale, parole che entrano così in profondità da generare sensazione di unione. E poi dominio. La disperata necessità di avere il controllo quando tutto intorno scompare, anche il sé.

E poi sogni, sogni. Tanti luoghi, paesaggi. Alcuni accoglienti, vivaci altri freddi, ingarbugliati, impenetrabili.  Uno ricordo era un viaggio in macchina, nei precedenti spesso tutto finiva male. Con un senso di angoscia crescente, non si arrivava, ci si perdeva, finiva il carburante. In questo la strada è lunghissima, tortuosa si inerpica in un panorama da alpi svizzere, forse il territorio è straniero, giusto per aggiungere un po’ di paura. Ma contrariamente a quelli precedenti, non vi è l’ansia di arrivare. Non c’è un appuntamento da rispettare. E allora il paesaggio diventa protagonista: il verde dei boschi, l’erba bagnata dei prati, il grigio dell’asfalto, il  calore dell’abitacolo della macchina. C’è qualcuno accanto, forse no. Questa volta si va e si torna. Il sogno ha una conclusione che come racconta lascia una sensazione positiva, di esplorazione. E’ la fase che coincide in terapia con la ripresa di alcune attività abbandonate in precedenza. Un risveglio.

E quando l’energia ritorna disponibile ecco che si innamora. Un amore folle, pieno di vita. Fin da subito non corrisposto ma tenuto in piedi con forza ed una energia tali da restarne incantati. Il sogno in questa fase della terapia lascia il posto al reale. All’entusiasmo e al dolore delle storie come queste dove il sentimento inebria ed offusca la ragione. Quasi la vita diventa sogno. Due anni dopo la fine della relazione mai iniziata ma vissuta come tale ecco un sogno a tal riguardo. Una ferrovia antica, vagoni vetusti. Lenti. Una vigezzina d’antan. Attraversa paesaggi con colori caldi ma d’autunno. Dice: “il cuore gonfio di un’infinita malinconia”. Sul treno non c’è nessuno. Solo lui e, ad un tratto, lei. Niente parole. Guardarsi negli occhi e perdersi in un nero abisso per l’ultima volta. Non è più dolore, non è strazio come le prime volte. E’ solo dolcezza, amara dolcezza. Un lungo addio. Lei scende e sale su un altro treno e lui riporta con chiarezza e un po’ di sorpresa “che va dalla parte opposta”. Il sogno è sollievo, balsamo per la ferita più aperta che il cuore possa contenere senza dividersi in mille pezzi. Ma ora la terapia è lasciar andare per poter vivere di nuovo. Per poter amare e progettare.

Molti altri furono i sogni raccontati. Alcuni da poter riderci sopra e subito assorbiti altri di rabbia e di vergogna. In alcuni bambini derisi, umiliati in altri adulti, che se la fanno addosso. E poi un neonato in un cesto attraversa le acque del fiume. Una nuova nascita, con altri genitori, dolcemente cullato dalle acque chete delle parole nella stanza. Mosè infine tratto dalle acque ed atteso a nuove e grandi imprese.

Negli appunti finali della terapia non vi è traccia di sogni. La porta si è chiusa per poter affrontare il reale, un nuovo abbandono, per fare spazio alla vita.

Saulo Zanetta  25 settembre 2016

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