I Barbari

Molta influenza nel commentare questo argomento l’ha avuta la lettura del saggio di Alessandro Baricco “I barbari”. Esso si occupa della mutazione che riguarda noi e le generazioni che si affacciano ora alla vita ed esplora la paura che ci assale ogni volta che siamo confrontati con qualche cosa di nuovo e sconosciuto. Egli paragona l’affacciarsi sulla scena del mondo di nuovi soggetti alla discesa dei barbari avvenuta nei secoli passati. Non perché essi, come nell’immaginario comune avviene, siano solo portatori di distruzione e saccheggiamenti, ma bensì perché rappresentano l’inevitabile contaminazione, segno dei tempi che cambiano, novità e progresso – nuove scoperte.

Ora non dobbiamo dimenticare che i giovani dei quali ci occupiamo hanno sì delle peculiarità che li rendono clienti del nostro Centro: turbe caratteriali, bassa tolleranza alla frustrazione, difficoltà nell’adattamento ecc. ecc., ma essi partecipano e conservano dentro di sé lo spirito del tempo nel quale gli è capitato di esistere. Sono a tutti gli effetti parte di quella generazione che l’articolo ha  descritto in precedenza, i Millennials o Nativi digitali. E questi ultimi hanno, secondo Baricco, un preciso scopo nel loro avanzare. Grazie all’apporto delle tecnologie moderne, soprattutto digitali, stanno piano piano donando nuovo senso (significato) a tutta una serie di azioni che noi abbiamo svolto in precedenza. A noi, a molti di noi, questo processo può sembrare un imbarbarimento generale, una perdita di significato – di “anima” – dice Baricco. Per loro è invece il prerequisito necessario a muoversi in un nuovo ambiente che muta velocemente: la Rete. Essa richiede caratteristiche per essere navigata efficacemente  che noi non possediamo o solo in parte abbiamo. Sempre riguardo ai barbari, tra i vari concetti soggetti a mutazione ve ne sono due in particolare che ci riguardano da vicino: uno è quello di fatica e l’altro è quello di anima.  Riguardano noi in quanto soggetti anche noi ad un processo di mutazione, ma soprattutto i giovani adulti che incarnano questi cambiamenti in modo molto più accentuato e radicale. Fatica è  per noi sinonimo di profondità e  impegno. Si dice spesso che non vi è apprendimento senza fatica e questo sta ad indicare che ogni conquista prevede un certo grado di sofferenza dettata dallo sforzo e dall’impegno nel raggiungerla. Oggi questo concetto, considerato da molti un valore fondante della nostra cultura, risulta messo in discussione da più parti. Soprattutto dove le nuove scoperte in ambito tecnologico ci permettono di raggiungere i medesimi risultati impiegando meno energie possibili. Ma soprattutto aggiungerei dove nuove energie sono necessarie e devono essere liberate per occuparsi di qualche cosa che ancora non conosciamo in modo così approfondito e non sappiamo quali sviluppi avrà: la rivoluzione digitale. Ecco allora che il nostro concetto di “fatica” si scontra inevitabilmente con il loro. E sembrano essere due visioni inconciliabili, ma non è così perché noi stessi siamo già il frutto di una mutazione avvenuta rispetto ai nostri genitori ed i nostri nonni, per i quali non vi era nulla al di fuori del lavoro  e della fatica e niente altro sembrava avere la stessa dignità e donare lo stesso prestigio. E’ allora possibile avvicinarsi a questi nuovi modi di vivere la fatica senza pregiudizio, senza pensare che il non voler faticare sia sinonimo di pigrizia, ma con curiosità rispetto a possibili nuovi significati. Non avverto infatti una sostanziale diminuzione del livello di energia nei giovani di oggi rispetto al mio essere giovane allora, ma solamente un nuovo modo di indirizzare questa energia, nuovi centri di interesse. Ecco allora che il “lavoro” assume connotati in parte molto diversi da come lo abbiamo vissuto noi. Esso non è più l’unica fonte di riconoscimento, prestigio e reddito. Può essere vissuto come un mezzo per arrivare ad altro (ricavi economici che consentono di dedicarsi a ciò che più piace) oppure come possibilità di visitare posti nuovi o occasione di ricerca e sperimentazione di nuove emozioni. In quest’ultimo caso esso diviene temporaneo e mutevole, soggetto a cambiamento frequente proprio nel momento in cui ricade all’interno della ripetizione, della stasi, della fatica.

La nostra proposta continua ad includere il lavoro in risposta al bisogno di struttura formulato da Berne come quell’esigenza primaria di impiegare il proprio tempo in qualche attività. Esso però viene interpretato anche come parte di una visione del mondo che sta rapidamente cambiando e che mostra tutta la sua inefficacia nel donare agli uomini un certo grado di serenità. Esso quindi, il lavoro intendo, non rappresenta più quel totem assoluto indicato da Freud come pilastro della normalità (amare e lavorare!), ma rimane come una delle modalità possibili e remunerate con cui trascorrere il proprio tempo. La posizione del terapeuta non è dogmatica, ma prevede un certo grado di riflessione ed apertura anche a nuove modalità lavorative o di strutturazione del proprio tempo libero che non necessariamente implichino il concetto di fatica o sofferenza come loro ingrediente principale. In questo aprirsi a nuovi sentieri è piacevole, a volte spiazzante, osservare come le nostre certezze, sicurezze e valori siano d’intralcio al percorso, per noi molto più tortuoso che per loro, già abituati a questo tipo di vita e non appesantiti da antichi messaggi.

Il secondo concetto, l’anima, è quello che più preoccupa gli addetti ai lavori, cioè coloro che si occupano di nuove generazioni. In particolare il vissuto è quello di perdita di significato, di senso attribuito ai gesti e alle parole da parte dei nuovi arrivati sulla scena adulta. Assenza di anima è utilizzato per descrivere quella sensazione che ci coglie nel contatto con loro quando ci rendiamo conto che essi non condividono le nostre passioni, interessi, visioni del mondo.  Allora ci sembrano  “ poveri”, poco sensibili, in poche parole: diversi. Forse pericolosi . Perché appunto  senza anima. Induce ad uno sforzarsi a proporre attività, interessi che possano risvegliare in loro quella passione che per noi è stata così importante da coltivare. Lodevole iniziativa non c’è dubbio, ma spesso povera di risultati e per questo frustrante.

Come si affronta un tale cambiamento? Il lavoro che abbiamo fatto in questa direzione ha riguardato principalmente noi, equipe educativa e professionisti. Perché il vissuto in questione, di perdita e frustrazione, non riguarda i nostri giovani-adulti. Per lo meno non quello che riguarda la perdita di significato e di valori. Esso è un nostro vissuto e con esso è necessario confrontarsi quotidianamente. Ogni giorno accettare la diversità, la distanza che vi è tra il loro modo di fare esperienza ed il nostro.  Consiste in un procedimento interiore mosso dalla consapevolezza che non vi è possibilità di resistere.  Volto all’accettazione incondizionata dell’Altro ripulito dalle aspettative e le proiezioni con le quali lo rivestiamo in un processo solo in parte consapevole.

Non vi è da stupirsi, ma solo cercando di comprendere questo mutamento eviteremo di essere spazzati via come foglie perché colti impreparati al nuovo che avanza. Non è un fatto del tutto nuovo, la storia dell’uomo si fonda sul seppellire. E noi stessi, la nostra generazione ha rifiutato gran parte degli usi e dei costumi di chi ci ha preceduto. Ora tocca a noi, alle cose a noi care. E questo non sempre è facile digerirlo.

Ma tutto questo cambiamento porta  frutti, non solo bocconi amari. Baricco infatti sostiene in ultima analisi che il rifiuto del concetto a noi tanto caro di “anima” costituisce il rifiuto di ciò che con questo termine per tanto tempo si è giustificato e permesso. Egli fa risalire infatti la nascita dell’”anima” all’affermarsi sulla scena della borghesia, desiderosa di trovare in sé, nell’anima, la giustificazione al proprio elevarsi e differenziarsi, da un lato dal popolo e dall’altro dall’aristocrazia. Grazie ai valori romantici e alle scoperte dell’Illuminismo essa fu in grado di determinare la propria ascesa ed il raggiungimento del potere. Ma con esso anche la possibilità di ritenere quei valori, quel possesso, quella particolare nobiltà d’animo, l’unica giustificata ad esistere. Da qui il seme per lo scoppio delle grandi guerre e dei colonialismi che hanno caratterizzato il secolo precedente. Con il corollario tremendo di morti e distruzione. Ecco, ora l’idea potrebbe essere che un tale dolore, una tale sofferenza abbia generato il rifiuto di tali concetti tra i quali patria, sacrificio e appunto anima. E il risultato odierno di questo rifiuto sia oggi un certo spaesamento a causa proprio della rinuncia ad essi, ma con in sé la finalità di giungere a modi di organizzarsi e di vivere meno conflittuali e più democratici. Non si vede ancora l’uscita ma qualche luce si è accesa.

Saulo Zanetta    20 dicembre 2016