Discipline orientali

L’epoca in cui viviamo è contraddistinta da uno spettacolare sviluppo di tecnologie e conoscenze iperspecialistiche riguardo la cura del corpo umano. Si pensi alle nuove frontiere svelate dalla traduzione del codice genetico o alla capacità di sostituire con interventi mirati alcune parti dell’organismo con componenti artificiali. Biotecnologie, ingegneria genetica, trapianti, hanno donato alla medicina degli ultimi anni la possibilità di prolungare la vita dell’uomo almeno di un decennio. Parallelamente a questo sembra però essere scivolata in secondo piano la riflessione sugli aspetti di fondo della regolazione del benessere psicofisico e della salute umana. Questo bisogno di trattare unitariamente la persona e la sua salute si riflette nella ricerca di molti di una cura che includa problemi fisici e psichici all’interno dello stesso campo di indagine e di intervento.

E’ sempre più evidente da studi epidemiologici e sperimentali che gran parte dei malanni che affliggono l’umanità trovi le sue radici nelle cattive relazioni che gli esseri umani instaurano con l’ambiente fisico e sociale. Abitudini alimentari, condizioni di lavoro, stili di vita e, sempre più, il livello di inquinamento del territorio sono i responsabili principali della patologie moderne: tumori, cardiopatie, malattie autoimmuni e allergiche, disturbi dell’umore e del comportamento. La risposta di una parte del mondo scientifico e della medicina a tutto questo è stato intensificare lo studio degli effetti e dei possibili rimedi ai sintomi che il corpo manifesta immerso in queste condizioni malsane. Questo ha generato un aumento esponenziale delle conoscenze scientifiche ma anche la riduzione del campo di indagine e di intervento terapeutico, sempre più ingabbiato in ambiti superspecialistici. In questo quadro “la persona che chiede aiuto sparisce come unità biopsichica e viene sostituita da segmenti sovrapposti e non relazionati su cui si applicano le diverse competenze”. (Francesco Bottaccioli, 2008)

L’altra parte del mondo scientifico ed in questo anche una parte significativa della clinica psicologica e psicoterapeutica ha intrapreso invece un percorso di cambiamento e di innovazione integrando nel tradizionale bagaglio culturale del sapere scientifico occidentale nuovi strumenti e nuovi modelli provenienti dalle culture e dalle discipline orientali.

La filosofia ed il metodo del Centro di Psicoterapia Psicodinamica Eric Berne vanno proprio nella direzione dell’evitare il modello riduzionista di cura della persona ed abbracciare invece modelli inclusivi ( PNEI o Psiconeuroendocrinoimmunologia). Dove la medicina tradizionale si confronta e si integra con saperi antichi abituati ad indagare tutti gli aspetti della vita della persona e a promuovere modifiche e cambiamenti volti alla soluzione del problema e non semplicemente alla cura del sintomo. Crediamo perciò che la collaborazione, la condivisione di saperi diversi e la promozione di percorsi affini volti a ristabilire un equilibrio biologico compromesso nel tempo possa rappresentare quel ritorno all’unità biopsichica così importante oggi che vi sono tutte le possibilità e le condizioni storiche e sociali al suo raggiungimento.

A partire da settembre 2019 presso il Centro sarà l’insegnante Aronne Merlo a proporre lezioni di Yoga personalizzate e canto vedico.

Approfondimenti

Intervista al Dott. Roberto Di Rubbo , Medico Chirurgo, specialista in Psichiatria e Psicoterapia e Master di II° livello in Meditazione e Mindfulness presso l’Università di Firenze. (Claudia Carucci, La Stampa, 30 agosto 2015)

Cosa si intende per meditazione?

Per meditazione si intende una serie di pratiche utilizzate per autoregolare gli stati del corpo/mente imparando ad usare una facoltà della mente: l’attenzione. Due gli indirizzi fondamentali: Mindfulness e Concentrazione. Esempi del primo tipo sono la meditazione Vipassana e quella Zen: qui l’intento è mantenere l’attenzione sul momento presente, in modo non giudicante, come un testimone distaccato. Esempi del secondo tipo sono: la meditazione yogica e quella buddista Samatha. Qui il focus dell’attenzione è mantenuto su una specifica attività mentale o sensoriale, quali un suono ripetuto (il famoso mantra), la visualizzazione di un immagine, il respiro. Così il flusso dei pensieri lentamente si placa, fino ad arrestarsi.

A chi giova la meditazione?

A chi ne intuisce il potenziale. Non funziona in caso di psicosi o assoluta carenza di introspezione, ma ogni caso è da valutare singolarmente.

Può portare beneficio rispetto a qualche patologia?

Ci sono prove di efficacia della meditazione nello stress in generale, nella depressione, nel disturbo bipolare, nelle tossicodipendenze, nei disturbi d’ansia, nel disturbo post traumatico da stress, nel disturbo ossessivo-compulsivo, disturbi dell’alimentazione o da deficit di attenzione e iperattività. Ma è utile anche in patologie organiche come ipertensione, aritmie, o malattie dermatologiche con componenti psicosomatiche (quali ad esempio la psoriasi), cefalea ed epilessia.

Si può meditare da soli, è necessaria una guida?

E’ il importante il supporto di un esperto, almeno per un certo periodo di tempo. La mente operativa o concettuale, che usiamo quotidianamente, produce miliardi di pensieri di continuo. Nella meditazione ci si dirige verso il rallentamento e il silenzio di questa funzione, mentre diventa più chiara la visione della struttura della mente stessa; non si cerca l’annullamento del chiacchiericcio interiore, ma di far emergere il silenzio perfetto sottostante. Come narra un racconto Zen, una tazza non può essere riempita con nulla se è già colma.

Nella società di oggi ha ancora davvero senso meditare?

In un mondo dove il contatto con gli altri si è falsamente intensificato (Web, Facebook, Whatsapp, Messanger), dove i luoghi di incontro sono affollatissimi, sono forse diminuite le persone sole? L’impressione è che siano aumentate. In un mondo dove apparentemente si è molto vicini siamo sempre più nel vuoto. Le relazioni sono diventate fittizie e non sostanziali. Questo accade prima di tutto nella relazione con noi stessi. Non siamo capaci di stare di fronte al nostro dolore di esistere. Abbiamo centinaia di occasioni di scappare da noi stessi. Quindi: ha senso fermarsi e cominciare a guardare cosa c’è dentro? Direi di sì! Non solo ha ancora senso parlare di “meditazione”, oggi è fondamentale sperimentarla.

Il termine Yoga è ormai frequentemente diffuso ed utilizzato anche in occidente, ma ciò ha generato grande confusione sul suo significato, tanto da far pensare a molti curiosi ed anche praticanti che consista principalmente in esercizi fisici mirati ad assumere posizioni da contorsionista.

L'obiettivo dello Yoga è quello di creare uno stato di armonia e benessere a livello olistico (fisico, energetico, mentale, emotivo, spirituale) eliminando gradualmente le cause dello stress e della sofferenza, in primo luogo dentro se stessi e di conseguenza nel rapporto con gli altri, come chiarito da Mahāṛṣi Patañjali nel testo forse più significativo ed autorevole su questo argomento, gli Yogasūtra.

Ciò può avvenire attraverso l'utilizzo di numerose tecniche, in accordo con le possibilità e le inclinazioni personali del praticante, tra cui posture (āsana) ma anche regolazione del respiro (prāṇāyāma), tecniche di concentrazione (dhāraṇā) e meditazione (dhyāna), compreso il canto vedico (adhyayanam), utilizzo del suono (mantra), per citare le più conosciute.

Lo Yoga è un sistema aperto a tutti, persone di qualsiasi età, razza, genere, credenti in qualsiasi religione, atei, agnostici. Si propone come una disciplina, ma adattabile ed accessibile a chiunque la approcci con semplicità e sincerità per raccoglierne i benefici.
Non richiede specifica attrezzatura e nessuna particolare abilità fisica.

La pratica dello Yoga (sādhana) proposta generalmente per allievi principianti e di livello intermedio, comprenderà l'esecuzione di posture (āsana) dinamiche e statiche, esercizi di regolazione del respiro (prāṇāyāma), l'utilizzo del suono (mantra) e si concluderà con una fase di rilassamento profondo (yoga nidrā). Per chi fosse interessato sarà possibile introdurre nella lezione tecniche più avanzate di concentrazione, la via per raggiungere stati meditativi, compreso il canto vedico (adhyayanam), una tecnica meditativa basata sul canto.

Essendo quello delle posizioni (āsana) l'aspetto più conosciuto ed eccessivamente enfatizzato tra tutte le tecniche disponibili, è doveroso a questo riguardo un chiarimento.
Lo Yoga è praticato da persone di ogni età, differente corporatura e con differenti esigenze, spesso non adatte ad eseguire duri esercizi fisici standardizzati in serie proposti diffusamente oggigiorno in occidente, al contrario di quanto avviene ove e quando questa tradizione è più profondamente compresa nella sua vera essenza.
Le posture, sia dinamiche che statiche, proposte a praticanti specialmente in età adulta, saranno generalmente semplici e nondimeno numerose, vista l'ampia scelta possibile.
L'attenzione sarà posta principalmente non sulla perfezione della forma in se stessa ma sulla loro esecuzione senza eccessivo sforzo, consentendo di percepire il proprio corpo, mantenendo stabilità, una respirazione regolare e coordinata ai movimenti per poter raggiungere un certo livello di attenzione e presenza.
Gradualmente ognuno potrà progredire verso l'esecuzione di āsana più complesse in base alle proprie possibilità e necessità.

Posture adeguate alle possibilità del praticante, anche le più semplici, unite alle tecniche di respirazione sono più che sufficienti per ottenere, in tempi rapidi, benessere riscontrabile a livello corporeo, rilascio di contratture, maggior elasticità e tono muscolare. La costanza nella pratica per tempi relativamente più lunghi comporterà risultati che coinvolgono anche la sfera emotiva e mentale generando una sensazione di integrità e benessere a livello generale.
(Aronne Merlo, 2019)

Le sei scuole filosofiche ortodosse dell'India, chiamate darśana, affondano le loro radici negli insegnamenti dei Veda. Considerati Śruti, ovvero "ciò che è stato udito" dagli antichi saggi (Ṛṣi) durante stati di profonda meditazione, una rivelazione proveniente da una sorgente superiore, non hanno autore e nessun uomo ha mai avuto l'autorità per modificarli.

I Veda sono raccolte di inni, scritti in lingua sanscrita, che affrontano ogni aspetto della vita umana, da quelli più pratici alle più alte verità esistenziali. Sono stati trasmessi oralmente per millenni di generazione in generazione da insegnante a studente, tra cui si instaurava un rapporto di mutua fiducia e rispetto.
Questo metodo di trasmissione della conoscenza dei Veda tramite il canto, chiamato Vedādhyayanam, si basa su precise regole che richiedono concentrazione, disciplina ed attenzione ai dettagli ed è quello ancora oggi utilizzato.

Il 7 novembre 2003 a Parigi la tradizione orale dei canti vedici è stata dichiarata dall’Unesco patrimonio intangibile dell’umanità, con l'obiettivo di preservarne la conoscenza e promuoverne la divulgazione nel mondo.

La tradizione indiana, come altre antiche culture e la fisica occidentale, considera il suono un potente mezzo. Quando questi mantra sono pronunciati correttamente e con la giusta intenzione producono vibrazioni di alta frequenza con effetti positivi sulle nostre condizioni fisiche, mentali ed emozionali.
Tra i risultati più immediati vi sono la sensazione di pace e calma, la riduzione dello stress a cui siamo tutti sottoposti oggigiorno e la ricarica del nostro livello energetico; dopo il canto ci si sente meno stanchi e più energici.
Inoltre la necessità di ascoltare con la massima attenzione la pronuncia da parte dell'insegnante, per poi ripetere esattamente nello stesso modo, sviluppa grande capacità di concentrazione e memoria, visto che alla minima distrazione conseguirebbe un errore nella ripetizione.

Nello Yoga il processo di concentrazione è considerato un mezzo per raggiungere stati meditativi e la pratica del canto vedico è considerata essa stessa meditazione.

Il canto vedico è ritenuto nella tradizione yogica come parte integrante della pratica di svādhyāya, lo studio di sè e del Sè, uno dei tre kriyā-yoga a fondamento di tutto il percorso descritto da Mahaṛṣi Patañjali negli Yogasūtra.

Un tempo riservato ad una ristretta cerchia di persone, a metà del secolo scorso Yogācārya T Krishnamacharya, riferendosi ad autorevoli testi (Dharma-śāstra), aprì la pratica del canto vedico a chiunque intenda impararlo ed insegnarlo nel rispetto della tradizione.

Non vi sono limiti per chi voglia applicarsi al canto vedico, ne di età, ne legati alla forma fisica ne tanto meno alla razza, al genere, all'occupazione lavorativa, all'appartenenza ad un credo religioso o alla professione di ateismo, chiunque può cantare e sperimentarne i benefici.
(Aronne Merlo, 2019)