Consulenza pedagogica

La pedagogia è una disciplina che ha a che fare con tutto ciò che è “appreso” attraverso i percorsi di vita – educazione informale – o i percorsi di formazione intenzionale – scuola, formazione continua, servizi alla persona. L’affermazione che l’apprendimento riguarda tutto l’arco della vita trova un’ampia condivisione all’interno delle discipline che si occupano della persona e della sua umanità, modificando così i confini che hanno per lungo tempo limitato la pedagogia a disciplina dell’infanzia. Pertanto la consulenza pedagogica può riguardare persone di ogni età.

Si concretizza in colloqui di aiuto e orientamento, a singoli, coppie, famiglie, gruppi informali e di lavoro, finalizzati all’emersione dei contenuti più autentici della persona, da sola o insieme ad altre, nell’ottica di dar significato a ciò che viene appreso – a scuola e nella vita – e di esplorare possibili nuove prospettive che ne conseguono. Partendo dagli aspetti pienamente riconosciuti, la consulenza pedagogica si prefigge di estendere la consapevolezza alle parti più in ombra, seminascoste da timori, insicurezze e per questo non valorizzate a sufficienza. L’ombra tuttavia non coincide semplicemente con l’inconscio personale ma rappresenta anche ciò che è stato oscurato o trascurato dalle più diverse circostanze della vita. Questa situazione può generare emozioni ambivalenti, contrastanti che, se lasciate prive di significato, si possono trasformare in preoccupazione e ansia allontanandoci dallo “stare bene”. Può essere proposta in combinazione con altri tipi di intervento a beneficio della possibilità di dar significato a situazioni di elevata complessità. Si prefigge di sollecitare e sostenere l’auto-aiuto, la consapevolezza, la scoperta di nuove possibilità, la ricerca di un modo di vivere caratterizzato dal sentimento di soddisfazione. Può avere, a seconda delle esigenze, forma puntuale o costituire un percorso da interrompere e riprendere in ogni momento.

Approfondimenti

Si rivolge ad adolescenti, giovani adulti, adulti, coppie e anziani offrendo uno spazio di ascolto, attenzione e condivisione di un particolare momento della loro vita o di una questione che crea una sensazione di insicurezza, di solitudine o un’emozione difficile da riconoscere e da gestire.
Si prefigge di creare, in un’atmosfera di fiducia e autenticità, momenti di ascolto e di narrazione da cui possano emergere i propri valori e risorse personali dimenticate o trascurate.

Si tratta di colloqui pedagogici individuali, o svolti insieme a famigliari o persone di riferimento, che, per vari motivi, non si possono tenere presso la nostra sede. Pensiamo a situazioni di ricovero, di scarsa mobilità o semplicemente di desiderio di rimanere a casa propria. Si vuole con ciò favorire la possibilità di raccontare un determinato momento o evento della propria vita o la propria vita in generale la cui narrazione, stimolata da un'atmosfera di autentica vicinanza umana, può favorire la costruzione di un nuovo senso da dare alla propria condizione attuale.

L’adolescenza è una fase della vita caratterizzata da cambiamenti profondi, sia dal punto di vista fisico che emozionale e comportamentale; i cambiamenti hanno alla loro base processi fisiologici.
La rapidità con cui si verificano, determina una certa preoccupazione da parte dei ragazzi per il loro aspetto fisico e, conseguentemente, il bisogno di essere rassicurati dagli adulti.
Ogni fase dello sviluppo di un individuo è caratterizzata da atteggiamenti e comportamenti tipici. L'adolescenza si contraddistingue per la tendenza all’indipendenza che porta i ragazzi a sperimentare situazioni ed emozioni nuove. Talvolta questo sperimentare sfocia in sensazioni di delusione o di sconfitta.
Ciò provoca repentini cambiamenti di umore e di atteggiamento caratterizzati da volubilità, iperattività e umore triste. Questi comportamenti, in particolare alcuni di essi – consumo di stupefacenti, esposizioni a rischi eccessivi, manifestazioni di collera- costituiscono fonte di preoccupazione per i genitori.
Tuttavia, questi, non sono necessariamente la spia di problemi seri di salute mentale.
Discussioni e liti sono frequenti in questa fase. Spesso, i genitori si sentono rifiutati, e in un certo senso lo sono, ma questo rifiuto è solo apparente e consente l’acquisizione da parte dei ragazzi di una propria identità e, quindi, un buon ingresso nell’età adulta.
La conflittualità genitori-figli durante il periodo adolescenziale è più bassa se in famiglia si instaura un clima di rispetto reciproco e di collaborazione.
La possibilità di parlare apertamente in famiglia dei propri problemi è uno degli aspetti più importanti del rapporto tra genitori e figli. Buoni rapporti e livelli di comunicazione, però, non s'improvvisano, ma richiedono attenzione, tenacia e tempo da parte dei genitori.

Le più recenti esperienze di ricerca e intervento con gli adolescenti, in particolar modo con i consumatori di sostanze, (CTRADA, Università di Miami, Cannabis Clinic Istituto di “Psychiatrie et de Psychologie Médicale du CHU Brugmann” di Bruxelles Piattaforma Adolescenti GREA, Losanna) ci dicono che, per accompagnare un adolescente non ci si può centrare esclusivamente sui “sintomi” (comportamenti problematici, problemi scolastici, consumo di sostanze, etc) ma è necessario riportare questi nel contesto sociale, familiare e psicologico al fine di comprenderne le ragioni e i meccanismi che a essi sottendono al fine di rassicurare e accompagnare la maggioranza dei giovani trattati verso un futuro adulto e indipendente.
Sulla base di ciò, il Centro Eric Berne propone agli adolescenti che ne abbiano bisogno e alle loro famiglie, un intervento breve, condotto da due terapeuti che, congiuntamente e separatamente, guideranno il nucleo famigliare verso una situazione di benessere o di minor disagio in un percorso di consapevolezza del momento, di quello che non va e che si vorrebbe cambiare, di trovare all’interno del nucleo la forza e la motivazione per realizzare i cambiamenti desiderati.

Una altissima percentuale delle persone che sperimentano l’uso di sostanze, risolvono il loro problema da sole, senza chiedere aiuto, senza rivolgersi ai servizi. Queste persone, come consumatori, potrebbero pertanto decidere di rimanere nell’anonimato per sempre. Il consumo di sostanze, soprattutto da parte di adolescenti e giovani adulti, ha dunque in buona percentuale carattere occasionale ed è circoscritto a un periodo limitato nel tempo. In questi casi il consumo non necessariamente si traduce in condotte più gravi.
Se, invece, quotidianamente si provano sensazioni spiacevoli di inadeguatezza, di disagio esistenziale, di inquietudine, di rabbia che allontanano dal vivere in modo soddisfacente, l’esperienza di consumo può diventare un facile mezzo da utilizzare per affrontare la vita quotidiana con più facilità.
Da queste situazioni può iniziare una pratica d’abuso che favorisce l’insorgere di problemi che non sono riducibili al consumo ma si estendono in ambito scolastico, famigliare, professionale e sociale.
Nel mettere il focus dell’intervento solo sul consumo si corre il rischio di non considerarne la funzione di automedicazione. Diventa necessario dunque un accompagnamento alla comprensione del problema, attraverso l’aumento della consapevolezza di ciò che sta succedendo, fornendo così un sostegno e una guida verso il reperimento di risorse alternative e più costruttive.

Le più recenti esperienze di ricerca e intervento con gli adolescenti, in particolar modo con i consumatori di sostanze, (CTRADA, Università di Miami, Cannabis Clinic; Istituto di Psychiatrie et de Psychologie Médicale du CHU Brugmann di Bruxelles, Piattaforma Adolescenti GREA, Losanna) ci dicono che, per accompagnare un adolescente non ci si può concentrare esclusivamente sui “sintomi” (comportamenti problematici, problemi scolastici, consumo di sostanze, etc) ma è necessario riportare questi nel contesto sociale, familiare e psicologico al fine di comprenderne le ragioni e i meccanismi che ad essi sottendono con l’obiettivo di rassicurare e accompagnare la maggioranza dei giovani trattati verso un futuro adulto e indipendente.
L’esistenza di un continuo processo di mutazione sociale, costringe gli adolescenti ad adattarsi ogni volta assumendo nuove forme di comportamento che si impongono come “nuove normalità” – social network, rave party, connettività continua, etc. Nella costruzione identitaria accanto ai classici bisogni di appartenenza e di riconoscimento, si aggiunge oggi il bisogno di riprodurre la propria visibilità e la propria individualità. Questo percorso, da sempre, passa attraverso pratiche di sperimentazione e di trasgressione.
Esse assumono significati e assolvono funzioni diverse, dal piacere di far festa al desiderio di essere riconosciuti dai pari, al bisogno di esplorare i propri limiti. Tutto ciò rassicura poco gli adulti. Tuttavia, pur non essendo da banalizzare, questo quadro fa parte di un percorso di sperimentazione e di iniziazione che non necessariamente conduce a condotte più gravi. Spesso sono piuttosto le loro nuove forme che ci destabilizzano maggiormente: i rave party ai quali i genitori non hanno mai partecipato, i “mega-aperitivi” con convocazione attraverso i social network o il binge drinking che causa non pochi ricoveri al pronto soccorso. Si tratta di nuovi modi di stare insieme e di rendersi visibili che i giovani creano per distinguersi dalle generazioni precedenti, pratica esistente da lunghissimo tempo.
Questa “traversata iniziatica” può prendere una brutta piega se il giovane non beneficia di una situazione personale, familiare, sociale e culturale sufficientemente protettiva, amorevole e benevola. Il sentiero verso l’autonomia, il processo di separazione dai genitori, la riformulazione delle figure d’attaccamento, l’individualizzazione, si compiono in un mondo in movimento e dalle tinte sfocate. In queste condizioni, prendere fiducia in se stessi è un’impresa difficile.
In molti casi potrebbe essere utile un accompagnamento per aiutare l’adolescente a capire i problemi, per trovare delle risorse alternative ed eventualmente più costruttive.
Il lavoro con gli adolescenti e le loro famiglie può derivare nelle sue forme attuative dai diversi orientamenti teorici della psicologia. Il tipo di intervento scelto dipende sia dalla situazione incontrata sia dall’esperienza e dal bagaglio di chi interviene. Di seguito offriamo un quadro dei modelli che ci hanno ispirato nel costruire quello del Centro di Psicoterapia Psicodinamica. Il quadro di seguito presentato non è esaustivo ma si presta ad essere integrato da ulteriori apporti di altri modelli.
Contributo dei vari modelli :

Le basi teoriche del Modello Familiare Multidimensionale (MDFT) sono state sviluppate dal professor Liddle nel 1980 presso il centro CTRADA dell'Università di Miami. Diversi studi hanno dimostrato come questo tipo di approccio familiare abbia una maggior efficacia rispetto alle terapie di gruppo, alle terapie cognitivo-comportamentali, ai progetti di presa a carico individuali o residenziali. La terapia si basa sulla conoscenza dei fattori di rischio e di protezione relativi all’uso di sostanze, tra gli adolescenti, sulla conoscenza delle tappe dello sviluppo adolescenziale, come anche del contesto familiare, promuovendo così un intervento specifico sia sull’individuo che sul proprio contesto di vita. Questo approccio sistemico deriva concettualmente dalla terapia strutturale di Minuchin e dalla terapia familiare strategica di Haley, integrato da elementi di terapia cognitiva-comportamentale, dal drug consueling e dalla terapia basata sul problem solving.
Lavora su 4 assi:
• Lavorare con l’adolescente sui consumi e sul modo di comunicare con gli altri
• Aiutare i genitori nelle loro pratiche genitoriali
• Modellare le relazioni tra genitori e adolescente in modo che siano soddisfacenti
• Mobilitare il contesto scolastico ed extrascolastico intorno all’adolescente.

L’intervento precoce ha come obiettivo di meglio orientare la prevenzione e di rispondere ai problemi laddove si manifestano, senza aspettare che la situazione degeneri. Il concetto di Intervento Precoce intende coinvolgere tutti i membri della società, al fine di permettere uno sviluppo armonioso di ognuno.
E’ fondato su 4 fasi distinte:
1) Promozione di un contesto favorevole (Collettività e individui che cercano di rinforzare le loro risorse per favorire lo sviluppo di tutti)
2) Prossimità (Giovani i cui comportamenti suscitano nel loro entourage questioni che sboccano nell’apertura di un dialogo)
3) Valutazione (Giovani che accettano una valutazione)
4) Presa in carico (Giovani che entrano in un percorso terapeutico).

Il modello bio-psico-sociale è una strategia di approccio alla persona, sviluppato da Engel negli anni Ottanta sulla base della concezione multidimensionale della salute descritta nel 1947 dal WHO (World Health Organization). Il modello pone l’individuo ammalato al centro di un ampio sistema influenzato da molteplici variabili. Per comprendere e risolvere la malattia il medico deve occuparsi non solo dei problemi di funzioni e organi, ma deve rivolgere l’attenzione agli aspetti psicologici, sociali, familiari dell’individuo, fra loro interagenti e in grado di influenzare l’evoluzione della malattia.
Se l’approccio educativo e psicologico è di prioritaria importanza, è tuttavia necessario non trascurare problemi somatici legati alla pubertà e esigenze di sostegno nell’ambito della formazione (scuola o lavoro).

L’approccio sistemico presuppone che un individuo sia in interazione con il suo contesto e che i cambiamenti che lo riguardano andranno a loro volta a riguardare il suo contesto e viceversa. Nel lavoro con gli adolescenti rileviamo i seguenti elementi:
• Ci sembra inevitabile lavorare con la famiglia
• Altrettanto inevitabile è il lavoro con la rete.
• La sistemica presuppone che chi interviene non sia una persona neutra ma che partecipi al sistema e alla problematica con gli altri membri della famiglia.

Secondo la teoria dell’attaccamento i meccanismi dell’attaccamento permettono di preservare il legame vitale dei neonati con le figure che nutrono e che proteggono. Nell’uomo, che nasce prematuramente rispetto agli altri mammiferi e che utilizza le emozioni come fattore di regolazione essenziale nelle interazioni, i meccanismi dell’attaccamento rivestono un ruolo complesso e determinante nella strutturazione della sua personalità. L’impronta di attaccamento di base si verifica nei primi mesi di vita; l’adolescenza, che è un periodo di vita cruciale di rimescolamento dei legami con le figure di riferimento, si appoggia sulla qualità dell’attaccamento sviluppato nella prima infanzia. Si tratta di avere un attaccamento abbastanza sicuro per potersi autonomizzare. L’involarsi dal nido genitoriale si realizza nella maggior parte dei giovani con livelli di timore o di ansia tollerabili. Alcuni comportamenti dell’adolescente possono svolgere la funzione di limitare questa ansia nei giovani il cui attaccamento risulta insicuro.
Dai primi anni di vita il bambino sviluppa con le sue figure di cura un modello di base che determinerà nel resto della vita il suo modo di relazionarsi affettivamente con gli altri. Se un bambino vive le sue prime relazioni su una base di insicurezza, ci sono buone probabilità che i suoi schemi di interazione futura siano impregnati di questa insicurezza. La sfida allora sarà quella di creare dei legami di sicurezza sufficiente per consentirgli un cambiamento, o almeno di offrire una rassicurazione sufficiente per preparare un cambiamento e per vivere bene con la propria insicurezza.

Secondo il modello Transazionale di Eric Berne le persone, gli adolescenti, sono innanzitutto ok. Con questo si intende che essi sono capaci di essere amorevoli, collaborativi, intelligenti e sani. Allora perché si dice che agiscono così male od assumono comportamenti fortemente a rischio della propria salute? In parte questo, come detto prima, corrisponde ad un bisogno di differenziazione ed allontanamento dai modelli genitoriali. Per poter identificarmi in un Io Adulto ho bisogno di conoscere il limite, di sfidare la regola per essere io ad impormela. In questi casi il comportamento trasgressivo si limiterà al periodo adolescenziale e scomparirà man mano con il raggiungimento della maggiore età. Ma in Analisi Transazionale questi comportamenti possono anche essere il frutto di copioni distruttivi. Corrisponderebbero a scelte inconsce riguardanti la vita che inducono i bambini ad allontanarsi gradualmente da quello che Claude Steiner chiama “il proprio centro”.
Se un piccolo viene abituato a non concentrarsi troppo sulle proprie sensazioni, a non dare credito ad esse, ma piuttosto ad ascoltare ciò che gli altri indicano come debba essere il nostro piacere ecco che è possibile che il ragazzo inizi a ricercare questo benessere non più attraverso ciò che sente ma attraverso ciò che la sostanza gli permette di avvertire. Se ci poniamo in ascolto del nostro corpo sentiamo che le sigarette fanno male, che l’aria pura fa bene, che l’alcool oltre una certa misura fa stare male mentre essere innamorati fa stare bene. Allora, ci si potrebbe chiedere: perché questi comportamenti contrari alla salute sono così diffusi e praticati soprattutto nel periodo adolescenziale? Perché questi ultimi consentono un seppur breve ed effimero contatto con il proprio centro. L’adolescente è alla disperata ricerca di un modo per poter ritrovare quel collegamento. Sente di averlo perso allontanandosi dall’infanzia, non sa più ricreare quella magia autonomamente. La pressione ambientale, famiglia, scuola, genitori, società lo investono di messaggi ormai rivolti ad una crescita, una prestazione, un risultato. Il suo valore non dipende più semplicemente dal fatto di esistere, ma da quanto si dimostra abile in diversi contesti. Questa pressione associata a messaggi distorti provenienti dai genitori riguardanti il sentire le emozioni possono indurlo alla ricerca di una disperata via di fuga, ristabilire un contatto con la parte più gioiosa e spensierata di sé. Ecco allora dove entrano in gioco le sostanze, il gioco d’azzardo, il cibo, il consumismo più sfrenato, la ricerca di una sessualità scollegata dall’affetto così come la crudeltà ed il cinismo di alcuni atteggiamenti da branco. Compito dell’Analista Transazionale è comprendere insieme al giovane ed ai famigliari se dietro quei comportamenti non vi sia appunto una scelta autodistruttiva, un copione tragico. Non per convincere la persona a cambiarlo, ma permettere consapevolezza e responsabilità dei propri agiti ed eventualmente modificarli decidendo di vivere in modo sano e a lungo piuttosto che ritrovarsi più avanti negli anni e scoprire di aver accumulato danni non più riparabili a causa di scelte inconsce effettuate quando erano bambini e pensavano da bambini.

Nel corso dei loro studi, precisamente quelli con persone decise a smettere di fumare, Prochaska, Norcross e Di Clemente (1994) hanno sviluppato un modello degli stadi del cambiamento per popolazioni adulte e dipendenti (Fig 5, pag 28) [Pre-contemplazione, contemplazione, azione, decisione, mantenimento, ricaduta]. Si può restare bloccati o rimanere per diverso tempo in uno stadio, ma l’ordine non potrà cambiare e non si potrà parlare di cambiamento senza essere passati da tutti gli stadi.
Gli autori hanno constatato che è possibile passare attraverso i 5 stadi e mantenere il cambiamento ottenuto già dal primo tentativo. Tuttavia ciò costituisce l’eccezione e non la regola poiché la maggior parte della popolazione compie delle ricadute.
Bisogna dunque mettere in conto che una ricaduta è da prevedere, che è normale e che fa parte del processo di cambiamento e/o di guarigione e che non è un “passo indietro”.
Identificare lo stadio nel quale si trova il giovane che si rivolge a noi ci permette di aggiustare il tiro. Non pianificheremo nello stesso modo una presa in carico di qualcuno che non è cosciente del problema (pre-contemplazione) e di qualcuno che si sta preparando a fare un azione concreta (contemplazione).
Questo modello è soprattutto pertinente per coloro che hanno un consumo con problematica di dipendenza. Per gli adolescenti, lo stadio nel quale si trovano più spesso è quello della pre-contemplazione che possiamo anche chiamare “della passione” o “della luna di miele”.
Il lavoro con la famiglia
Perché lavorare con la famiglia
La presa in carico dei problemi di consumo esige un approccio integrato che tenga conto di tutta la complessità della situazione, secondo il modello bio-psico-sociale.
A livello individuale, il malessere vissuto dall’adolescente si inscrive il più delle volte nel contesto familiare (rete primaria) il cui equilibrio viene messo in crisi.
Le famiglie, di fronte ai cambiamenti degli adolescenti, non hanno altra scelta che rinegoziare le condizioni di vita comune permettendo così il mantenimento di un equilibrio. Per alcune di loro le risorse attivabili sono sufficienti per assumersi il rischio del confronto. Per altre il compito si rivela arduo o insormontabile In questo contesto, è l’adolescente che “diventa” il problema. Tutta l’attenzione si focalizzerà su di lui mentre dovrebbe essere tutto il contesto familiare a rimodulare le sue interazioni.
Obiettivi di guida e sostegno parentale possono aiutare i genitori ad aiutare i propri figli.

Il lavoro con il giovane e la sua famiglia permette di incontrare e ascoltare entrambi i “fronti” implicati nella storia: come e cosa raccontano in relazione al motivo che li ha portati da noi.Il ragazzo deve poter trovare uno spazio di espressione svincolata dal giudizio normativo e morale su quello che gli sta accadendo e su quello che fa: un ascolto interessato in prima istanza a comprendere, ancor più del cosa, come egli sente e vede la situazione e gli accadimenti all’origine dell’incontro con noi.I genitori necessitano invece di esprimersi sulle preoccupazioni relative al comportamento del figlio e agli avvenimenti; di capire che significato ha quel che sta succedendo. La situazione di consumo del figlio li interroga inoltre sulla loro funzione genitoriale.In sostanza ogni famiglia necessita una presa in carico personalizzata: come conduttori entriamo in contatto con un mondo e con un modo individuale, personale, di viverlo. Non conosciamo a prescindere quello che “ciò che accade” significa in quel momento nella storia personale e collettiva di quel nucleo. Non abbiamo in mente una soluzione o un percorso fisso attraverso il quale far evolvere le persone. Ci fidiamo per contro di quello che emerge nel colloquio con le persone stesse: esse ci dicono che cosa è importante per loro in quel momento.Ascolto attivo e "Risonanza"Stimoliamo i partecipanti a fidarsi e dare importanza, ancor più di quel che ci dicono (in modo razionale) verbalmente, di quello che eventualmente “sentono” a livello emozionale e corporeo mentre raccontano o ascoltano gli altri raccontare.A nostra volta noi siamo in ascolto, oltre che del loro racconto anche delle sensazioni e delle emozioni che intuiamo in loro e che sentiamo in noi. Risonanza è la parola che definisce questo modo di stare in relazione. Siamo attenti a gesti, movimenti spontanei, parole, posture o altro. Tutto quello che ci mette sulla traccia di qualcosa che definiamo genericamente come “interessante”: qualcosa che attira immediatamente e spontaneamente la nostra attenzione per la sua qualità vitale. Che ci rende in maniera immediata completamente presentiSiamo sulla traccia di ciò che emerge quando, in questo caso, parliamo della situazione di consumo. A di là del fatto puro e semplice, esaurito il racconto del quale non rimane granché da dire, ci interessiamo di persona a tutto ciò che, in modo anche inconscio viene a galla: vissuti personali, dinamiche psicologiche individuali e intra familiari, relazioni nel nucleo familiare, ecc.

Il contributo delle discipline psicologiche sociali culturali e popolari ci interessa qui nella misura in cui assume in modo esplicito una prospettiva emica, cioè che conferisce centralità al punto di vista dell’attore - che vede le cose “dall’interno della situazione”; tali discipline si sono interessate a modi e motivi con i quali le persone attribuiscono il significato a ciò che succede sia dentro di loro sia nel loro contesto e in che misura questo significato subisce modificazioni per via delle continue interazioni dell’individuo con il contesto in cui è calato in relazione all’evento preso in analisi.
Secondo Bruner, attraverso il riavvicinamento al punto di vista dell’attore sociale e alla centralità della cultura come agente motivante alla significazione - orientativo, dunque, all’azione - la psicologia ha l’opportunità di ritrovare il suo centro e di ricollocarsi accanto alle altre discipline deputate allo studio della mente e della condizione umana, uscendo da uno specialismo autoreferenziale che ne ha determinato la frammentazione e l’isolamento da queste. “Nella psicologia è diffusa una certa inquietudine, una preoccupazione per lo stato della nostra disciplina, e oggi un nuovo orientamento di ricerca verte proprio su una sua riformulazione. A dispetto del costume dominante […] si affrontano di nuovo le grandi questioni della psicologia […] come l’uomo costruisce i suoi significati e le sue realtà, su come la storia e la cultura contribuiscono a formare la mente.”[1]Si tratta per Bruner non di analizzare tutti gli aspetti del processo di costruzione del significato ma di ammettere che la psicologia possa anche avventurarsi oltre gli ideali della scienza positivistica – riduzionismo, causalità, predizione – occupandosi principalmente del significato diventando così “[…] inevitabilmente una psicologia culturale […]”[2] L’imperativo che una comprensione delle cose sia valida solo se frutto di una corretta previsione – predittività – lascia credere che una comprensione a posteriori non servirebbe a nulla. “La nostra costante ricerca di criteri di significato basati sulla verificabilità, come ha evidenziato Rorty, ci ha resi succubi della previsione, considerata come criterio indicativo della ‘buona scienza’ e quindi della ‘buona psicologia’.”[3] La cultura avrebbe il pregio di poter trascendere il limite che il determinismo biologico del comportamento umano ha posto alla natura umana. Inoltre non va considerata in senso esclusivamente eulogistico: la cultura non è sempre “buona” ma attribuire la causa di ciò alla natura umana significa sottrarsi alla responsabilità di ciò che noi stessi abbiamo creato. Il senso comune attribuisce a stati mentali, cultura e credenze lo statuto di elementi causali ed è proprio questa la dimensione a cui la psicologia si deve riavvicinare, diventando “popolare”, riconoscendo che ogni verità è figlia del punto di vista che si assume come proprio. Con questo Bruner propone di ribaltare il rapporto tra biologia e cultura assumendo che sia la seconda a guidare l’uomo; la prima costituisce piuttosto un limite che la cultura permette di superare. “Il mio punto di vista presuppone […] che sia la cultura e non la biologia a plasmare la vita e la mente dell’uomo, a dare significato all’azione inserendo gli stati intenzionali profondi in un sistema interpretativo. La cultura può farlo imponendo i modelli che fanno parte dei suoi sistemi simbolici: il linguaggio e le modalità del discorso, la forma della spiegazione logica e di quella narrativa, e i modelli […] della vita sociale […].[4] Questa prospettiva, inoltre, dà conto e spazio alla complessità dei processi di significazione in presenza di appartenenze multiculturali e condizioni multi identitarie a cui l’individuo contemporaneo fa capo. Ogni cultura, dunque, ha la sua psicologia popolare che spiega e descrive le modalità con cui noi impariamo a comportarci nel suo ambito. Per questo motivo è in grado di occuparsi anche di ciò che esce dall’ordinario, dando a questo una forma comprensibile attraverso la narrazione. In questo senso l’eccezione viene ricompresa come una delle possibilità, anziché essere considerata un errore del sistema di predizione, semplicemente esplicitando, anche a posteriori, il perché – ad esempio, un comportamento aggressivo può essere spiegato, ed eventualmente accettato, come frutto di un particolare stato d’animo del momento raccontando “come stanno le cose”. Gli essere umani nelle loro interazioni reciproche costruiscono “[…] una dimensione che potremmo definire del ‘canonico e dell’‘ordinario’ quale sfondo in base al quale interpretare e assegnare un significato narrativo alle violazioni e alle deviazioni dagli stati ‘normali’ della condizione umana […].”[5] La narrazione diventa qui un metodo per l’interpretazione e la negoziazione dei significati; il che costituisce, secondo Bruner, uno dei grandi risultati dello sviluppo umano in senso ontogenetico, filogenetico e culturale.Le qualità del narrare relative alla significazione sono analizzate anche da Bockmeister che definisce la narrazione come una categoria per la comprensione sociale e di noi stessi. È una forma potentissima di comunicazione e cognizione per tre caratteristiche essenziali: “La prima caratteristica è che la narrazione fornisce una prospettiva all’esperienza, alla conoscenza, al pensiero, all’immaginazione e a gran parte della nostra vita emotiva. [...] Una seconda qualità […] è che collega tramite la prospettiva diversi elementi distinti l’uno dall’altro in modo da costituire un insieme, una figura su uno sfondo […] una ‘gestalt’ che è più della semplice somma dei suoi elementi isolati. […] In terzo luogo, la narrazione è una pratica, un modo di fare le cose. […] è ciò che Wittgenstein ha descritto come ‘forma di vita’.”[6]Questa efficacia del metodo narrativo nel rendere una serie di eventi come parte di uno stesso insieme, viene tuttavia subordinata al superamento dell’ordine cronologico come unico criterio per la misurazione della sua coerenza. Oltre alla coerenza cronologica, Brockmeister illustra quelle più significative – coerenza della storia, conversazionale, performativa e multipla. Attraverso questa precisa analisi di ogni registro narrativo l’autore ci guida alla radice della nascita dei significati e, soprattutto, a scoprire la possibilità di convivenza non belligerante di molti significati, anche apparentemente incompatibili, all’interno di una storia. Il principio attivo è la moltiplicazione dei punti di vista, la legittimazione alla loro esistenza e coesistenza. In questo senso l’autore, attraverso l’analisi della storia di Hanna[7], fa emergere la molteplicità delle storie in essa contenute e dei riferimenti ad altri tempi, luoghi e interlocutori cui la storia stessa rimanda. “Il concetto decostruzionista di ‘intertestualità’ […] si propone di indicare i molteplici modi in cui qualsiasi testo letterario o naturale sia inseparabilmente mescolato con altri testi o altre menti. Ogni testo […] è luogo di intersezioni di innumerevoli altri testi e parole. […] è evidente che i significati derivano dal collegamento a un mondo più vasto di testi e significati.”[8] Ancora una volta emerge la funzione di collegamento e di “collante” che ricopre la narrazione, una funzione anche sociale, di coesione e convivenza possibile. Il respiro sociale della narrazione ci riporta alla tradizione antropologica che, attraverso i resoconti etnografici, ci fornisce un chiaro esempio di come essa permetta di comprendere realtà molto distanti e differenti da quella da cui proviene chi osserva, ovvero a un mondo più vasto di testi e significati.A tal proposito la Sclavi afferma che “[…] un abile osservatore è anche un ‘etnografo’ in quanto […] deve rapportarsi a ciò che osserva e a sé stesso mettendo al centro le dinamiche dell’interculturalità.”[9] Entriamo così in contatto con il concetto di cornice di riferimento, utilizzato dall’autrice per spostare l’attenzione dai comportamenti isolati ai comportamenti contestualizzati in un insieme di norme, abitudini, consuetudini che conferiscono significato all’agire, appunto una cornice di riferimento che viene abitualmente data per scontata – e per questo non percepita. Secondo la Sclavi, sono soprattutto le sensazioni fastidiose che proviamo di fronte a un certo evento o comportamento che ci segnalano l’entrata in una cornice di riferimento diversa dalla nostra, dove stiamo meno comodi, meno sicuri, dove non ci sentiamo a nostro agio. In questo caso le emozioni diventano un importante veicolo di conoscenza se avremo l’accortezza di considerarle informative non tanto su quello che vediamo quanto piuttosto sul modo in cui guardiamo. Quello che la Sclavi ci propone è di compiere un triplo passaggio: dal nostro personale punto di vista, a un punto di vista diverso dal nostro che, tuttavia, possiamo capire anche se non lo condividiamo, fino a un punto di vista che non ci saremmo mai aspettati che potesse esistere. Il terzo passaggio è, in altre parole, un cambio di cornice di riferimento dove esistono significati basati su premesse proprie di quella cornice – che non è la nostra. La chiave di questa lettura è fenomenologica e l’autrice specifica di utilizzala, per accompagnarci a “vedere in modo fenomenologico”, incrociando le due strategie: quella trascendentale, preferita da Husserl, che afferma che ciò che vediamo (noema) dipende dalla prospettiva da cui guardiamo e quella ermeneutica, preferita da Hidegger, che fa leva sul potere evocativo delle parole per farci sperimentare una certa percezione di ciò che vediamo, in altre parole “[…] si racconta una storia. La storia narrata evoca un contesto dentro il quale l’esperienza prende forma.”[10]L’Arte di ascoltare, proposta dalla Sclavi, è saper dare la possibilità a tutte le voci di cui una storia è composta di poter essere colte. Nella sua più compiuta realizzazione ci insegna che tutti, legittimamente, possono avere ragione e che per coloro che non siano il giudice saggio[11] e siano guidati da una interpretazione assoluta del principio di non contraddizione, questa è la cosa più difficile da accettare. Il superamento dell’idea di poter avere ragione solo a condizione che qualcun altro abbia torto sembra il principio su cui basare la possibilità della coesistenza delle differenze, che la globalizzazione del pianeta ha privato dei confini entro i quali sono nate, cresciute e hanno vissuto, fino a un certo punto, indisturbate.[1] Bruner J., La ricerca del significato, Bollati Boringhieri, Torino, 1992, pag. 15[2] Ibidem, pag 16[3] Ibidem, pag. 31[4] Ibidem, pag. 47[5] Ibidem, pag.73[6] Brockmeier J., Narrazione e cultura, Mimesis, Sesto San Giovanni (Mi), 2014, pag. 64[7] Ibidem, pagg. 74-76[8] Ibidem, pag. 80[9] Sclavi M., Arte di ascoltare e mondi possibili, Bruno Mondadori, 2003, pag.15[10] Ibidem, pag. 68[11] Ibidem, pag 33

“La libertà del proprio Sé è più forte di qualunque piano prestabilito, e ogni soggetto è disposto per attuarla anche a distruggersi come individuo, se questo ne garantisce l’espressione.”[1]
Freud sosteneva che si potesse pensare alla psicoanalisi e alla pedagogia come se una fosse l’altra in quanto entrambe interessate alla questione di chi sia l’Altro. Entrambe si trovano immerse in processi caratterizzati da vissuti latenti che viaggiano attraverso la relazione in tutte le direzioni e risuonano nelle persone coinvolte. La base su cui poggiano questi processi è di natura affettiva, rendendoli dunque in gran parte incontrollabili. “La questione di chi sia l’Altro accomuna i due saperi nella misura in cui la qualità del processo educativo, messo in campo a partire dall’infanzia, ha delle relazioni profonde con quel nucleo di infanzia che resiste, soffre, patisce e chiede ascolto nel processo analitico dell’adulto.”[2] Il rapporto tra le due discipline risulta dunque molto stretto già dagli albori, inducendo Freud a ipotizzare lo sviluppo della psicoanalisi da tecnica della cura individuale a un progetto pedagogico rivolto alla società nella sua totalità[3]. Il tema dell’incontro con l’Altro e con tutte le sue rappresentazioni – ivi comprese quelle della rappresentazione che noi stessi abbiamo di noi - nella mente del paziente e dell’analista, crea una moltitudine di interlocutori, reali e pensati, di cui è necessario tener conto. Perché questo incontro sia possibile in modo autentico e libero dai meccanismi individuati dalla psicoanalisi che ci allontanano da ciò – in particolare, negazione, scissione, proiezione, identificazione proiettiva - è necessario poter entrare in contatto con la propria storia per poterla integrare nel nostro “oggi”.Nel 1908 Ferenczi scrisse “Psicoanalisi e pedagogia”, un articolo nel quale segnalava quanto dannoso fosse per i giovani un approccio conservatore all’educazione, auspicando un cambio di ottica nel quale fossero integrati i principi psicoanalitici[4]; Anna Freud lavorò molto sul tema del rapporto tra psicoanalisi e pedagogia, sostenendo che la prima, applicata agli adulti, potesse influire positivamente sullo sviluppo della personalità del bambino[5]. Per arrivare ai giorni nostri, Brainbridge e West utilizzano la metafora dei divari che intercorrono tra psicoanalisi e formazione per indicarne la distanza, affermando che si tratta di un fenomeno multidimensionale citando, a titolo di esempio “[…] la mancata comprensione, da parte di molta letteratura pedagogica, di cosa effettivamente sia la psicoanalisi, o la crescente discrepanza tra le attuali tendenze educative e la visione psicoanalitica di ciò che sarebbe effettivamente necessario.”[6] Se dalla metà del XIX secolo a oggi la pedagogia nera ha potuto o dovuto lentamente lasciare spazio, sia nel dibattito tra specialisti sia nella sensibilità comune, a un sapere pedagogico realmente attento a produrre pratiche educative mirate ai bisogni e all’emersione dei significati delle persone a cui si rivolge, se la pedagogia sta provando ad affrancarsi sempre più dall’immagine di mera funzione di una società controllante per riconquistare la sua originale vocazione a essere con l’Altro per legittimare il diritto del Sé a esprimersi senza distruggersi, ciò è stato possibile anche grazie al sapere psicoanalitico, in special modo attraverso autori che si sono allontanati dalla sua interpretazione più dogmatica.[1] Stefania Ulivieri Stiozzi, “Il counselling formativo”, Franco Angeli, 2013, pag. 37[2] Ibidem, pag. 37[3] Citato in nota 18 di (Ulivieri 2013), pag. 37[4] Ferenczi S., L’enfant dans l’adulte, Petite biblioteque Payot, Paris, 2006[5] Brainbridge A., West L., (a cura di ), Educazione e psicoanalisi, IPOC, Milano, 2017, pag. 122.[6] Idem, pag. 275