Sostegno pedagogico

Si tratta di colloqui di aiuto e orientamento finalizzati a contenere un disagio favorendo l’emergere di nuove prospettive. Può essere offerto da solo o a integrazione e completamento di altri interventi. Considera principalmente aspetti portati e riconosciuti consciamente dalla persona. Interviene su gravi malesseri solo in combinazione con altri tipi di intervento. Si prefigge di sollecitare e assistere l’auto-aiuto. Può essere utile alle persone in tutto l’arco della loro vita.

Si articola in:

  • colloquio pedagogico individuale
  • colloqui domiciliari
  • colloqui in struttura
  • adolescenti e famiglia
  • dipendenze

Approfondimenti

Si rivolge ad adolescenti, giovani adulti, adulti e anziani che sentono il bisogno di ascolto e di condivisione di un particolare momento della loro vita o di una questione che crea loro una sensazione di insicurezza, di solitudine o un’emozione difficile da riconoscere.
Si prefigge di creare, in un’atmosfera di fiducia e autenticità, momenti di ascolto e di narrazione da cui possano emergere i propri valori e risorse personali dimenticate o trascurate.

Si tratta di colloqui pedagogici individuali, o svolti insieme a famigliari o persone di riferimento, che, per vari motivi, non si possono tenere presso la nostra sede. Pensiamo a situazioni di ricovero, di scarsa mobilità o semplicemente di desiderio di rimanere a casa propria. Si vuole con ciò favorire la possibilità di raccontare un determinato momento o evento della propria vita o la propria vita in generale la cui narrazione, stimolata da un'atmosfera di autentica vicinanza umana, può favorire la costruzione di un nuovo senso da dare alla propria condizione attuale.

L’adolescenza è una fase della vita caratterizzata da cambiamenti profondi, sia dal punto di vista fisico che emozionale e comportamentale; i cambiamenti hanno alla loro base processi fisiologici.
La rapidità con cui si verificano, determina una certa preoccupazione da parte dei ragazzi per il loro aspetto fisico e, conseguentemente, il bisogno di essere rassicurati dagli adulti.
Ogni fase dello sviluppo di un individuo è caratterizzata da atteggiamenti e comportamenti tipici. L'adolescenza si contraddistingue per la tendenza all’indipendenza che porta i ragazzi a sperimentare situazioni ed emozioni nuove. Talvolta questo sperimentare sfocia in sensazioni di delusione o di sconfitta.
Ciò provoca repentini cambiamenti di umore e di atteggiamento caratterizzati da volubilità, iperattività e umore triste. Questi comportamenti, in particolare alcuni di essi – consumo di stupefacenti, esposizioni a rischi eccessivi, manifestazioni di collera- costituiscono fonte di preoccupazione per i genitori.
Tuttavia questi comportamenti ed atteggiamenti, non necessariamente, sono la spia di problemi seri di salute mentale.
Discussioni e liti sono frequenti in questa fase. Spesso, i genitori si sentono rifiutati, e in un certo senso lo sono, ma questo rifiuto è solo apparente e consente l’acquisizione da parte dei ragazzi di una propria identità e, quindi, un buon ingresso nell’età adulta.
La conflittualità genitori-figli durante il periodo adolescenziale è più bassa se in famiglia si instaura un clima di rispetto reciproco e di collaborazione.
La possibilità di parlare apertamente in famiglia dei propri problemi è uno degli aspetti più importanti del rapporto tra genitori e figli. Buoni rapporti e livelli di comunicazione, però, non s'improvvisano, ma richiedono attenzione, tenacia e tempo da parte dei genitori.

Le più recenti esperienze di ricerca e intervento con gli adolescenti, in particolar modo con i consumatori di sostanze, (CTRADA, Università di Miami, Cannabis Clinic Istituto di “Psychiatrie et de Psychologie Médicale du CHU Brugmann” di Bruxelles Piattaforma Adolescenti GREA, Losanna) ci dicono che, per accompagnare un adolescente non ci si può centrare esclusivamente sui “sintomi” (comportamenti problematici, problemi scolastici, consumo di sostanze, etc) ma è necessario riportare questi nel contesto sociale, familiare e psicologico al fine di comprenderne le ragioni e i meccanismi che a essi sottendono al fine di rassicurare e accompagnare la maggioranza dei giovani trattati verso un futuro adulto e indipendente.
Sulla base di ciò, il Centro Eric Berne propone agli adolescenti che ne abbiano bisogno e alle loro famiglie, un intervento breve, condotto da due terapeuti che, congiuntamente e separatamente, guideranno il nucleo famigliare verso una situazione di benessere o di minor disagio in un percorso di consapevolezza del momento, di quello che non va e che si vorrebbe cambiare, di trovare all’interno del nucleo la forza e la motivazione per realizzare i cambiamenti desiderati.

Una altissima percentuale delle persone che sperimentano l’uso di sostanze, risolvono il loro problema da sole, senza chiedere aiuto, senza rivolgersi ai servizi. Queste persone, come consumatori, potrebbero pertanto decidere di rimanere nell’anonimato per sempre. Il consumo di sostanze, soprattutto da parte di adolescenti e giovani adulti, ha dunque in buona percentuale carattere occasionale ed è circoscritto a un periodo limitato nel tempo. In questi casi il consumo non necessariamente si traduce in condotte più gravi.
Se, invece, quotidianamente si provano sensazioni spiacevoli di inadeguatezza, di disagio esistenziale, di inquietudine, di rabbia che allontanano dal vivere in modo soddisfacente, l’esperienza di consumo può diventare un facile mezzo da utilizzare per affrontare la vita quotidiana con più facilità.
Da queste situazioni può iniziare una pratica d’abuso che favorisce l’insorgere di problemi che non sono riducibili al consumo ma si estendono in ambito scolastico, famigliare, professionale e sociale.
Nel mettere il focus dell’intervento solo sul consumo si corre il rischio di non considerarne la funzione di automedicazione. Diventa necessario dunque un accompagnamento alla comprensione del problema, attraverso l’aumento della consapevolezza di ciò che sta succedendo, fornendo così un sostegno e una guida verso il reperimento di risorse alternative e più costruttive.

Le più recenti esperienze di ricerca e intervento con gli adolescenti, in particolar modo con i consumatori di sostanze, (CTRADA, Università di Miami, Cannabis Clinic; Istituto di Psychiatrie et de Psychologie Médicale du CHU Brugmann di Bruxelles, Piattaforma Adolescenti GREA, Losanna) ci dicono che, per accompagnare un adolescente non ci si può concentrare esclusivamente sui “sintomi” (comportamenti problematici, problemi scolastici, consumo di sostanze, etc) ma è necessario riportare questi nel contesto sociale, familiare e psicologico al fine di comprenderne le ragioni e i meccanismi che ad essi sottendono con l’obiettivo di rassicurare e accompagnare la maggioranza dei giovani trattati verso un futuro adulto e indipendente.
L’esistenza di un continuo processo di mutazione sociale, costringe gli adolescenti ad adattarsi ogni volta assumendo nuove forme di comportamento che si impongono come “nuove normalità” – social network, rave party, connettività continua, etc. Nella costruzione identitaria accanto ai classici bisogni di appartenenza e di riconoscimento, si aggiunge oggi il bisogno di riprodurre la propria visibilità e la propria individualità. Questo percorso, da sempre, passa attraverso pratiche di sperimentazione e di trasgressione.
Esse assumono significati e assolvono funzioni diverse, dal piacere di far festa al desiderio di essere riconosciuti dai pari, al bisogno di esplorare i propri limiti. Tutto ciò rassicura poco gli adulti. Tuttavia, pur non essendo da banalizzare, questo quadro fa parte di un percorso di sperimentazione e di iniziazione che non necessariamente conduce a condotte più gravi. Spesso sono piuttosto le loro nuove forme che ci destabilizzano maggiormente: i rave party ai quali i genitori non hanno mai partecipato, i “mega-aperitivi” con convocazione attraverso i social network o il binge drinking che causa non pochi ricoveri al pronto soccorso. Si tratta di nuovi modi di stare insieme e di rendersi visibili che i giovani creano per distinguersi dalle generazioni precedenti, pratica esistente da lunghissimo tempo.
Questa “traversata iniziatica” può prendere una brutta piega se il giovane non beneficia di una situazione personale, familiare, sociale e culturale sufficientemente protettiva, amorevole e benevola. Il sentiero verso l’autonomia, il processo di separazione dai genitori, la riformulazione delle figure d’attaccamento, l’individualizzazione, si compiono in un mondo in movimento e dalle tinte sfocate. In queste condizioni, prendere fiducia in se stessi è un’impresa difficile.
In molti casi potrebbe essere utile un accompagnamento per aiutare l’adolescente a capire i problemi, per trovare delle risorse alternative ed eventualmente più costruttive.
Il lavoro con gli adolescenti e le loro famiglie può derivare nelle sue forme attuative dai diversi orientamenti teorici della psicologia. Il tipo di intervento scelto dipende sia dalla situazione incontrata sia dall’esperienza e dal bagaglio di chi interviene. Di seguito offriamo un quadro dei modelli che ci hanno ispirato nel costruire quello del Centro di Psicoterapia Psicodinamica. Il quadro di seguito presentato non è esaustivo ma si presta ad essere integrato da ulteriori apporti di altri modelli.
Contributo dei vari modelli :

Le basi teoriche del Modello Familiare Multidimensionale (MDFT) sono state sviluppate dal professor Liddle nel 1980 presso il centro CTRADA dell'Università di Miami. Diversi studi hanno dimostrato come questo tipo di approccio familiare abbia una maggior efficacia rispetto alle terapie di gruppo, alle terapie cognitivo-comportamentali, ai progetti di presa a carico individuali o residenziali. La terapia si basa sulla conoscenza dei fattori di rischio e di protezione relativi all’uso di sostanze, tra gli adolescenti, sulla conoscenza delle tappe dello sviluppo adolescenziale, come anche del contesto familiare, promuovendo così un intervento specifico sia sull’individuo che sul proprio contesto di vita. Questo approccio sistemico deriva concettualmente dalla terapia strutturale di Minuchin e dalla terapia familiare strategica di Haley, integrato da elementi di terapia cognitiva-comportamentale, dal drug consueling e dalla terapia basata sul problem solving.
Lavora su 4 assi:
• Lavorare con l’adolescente sui consumi e sul modo di comunicare con gli altri
• Aiutare i genitori nelle loro pratiche genitoriali
• Modellare le relazioni tra genitori e adolescente in modo che siano soddisfacenti
• Mobilitare il contesto scolastico ed extrascolastico intorno all’adolescente.

L’intervento precoce ha come obiettivo di meglio orientare la prevenzione e di rispondere ai problemi laddove si manifestano, senza aspettare che la situazione degeneri. Il concetto di Intervento Precoce intende coinvolgere tutti i membri della società, al fine di permettere uno sviluppo armonioso di ognuno.
E’ fondato su 4 fasi distinte:
1) Promozione di un contesto favorevole (Collettività e individui che cercano di rinforzare le loro risorse per favorire lo sviluppo di tutti)
2) Prossimità (Giovani i cui comportamenti suscitano nel loro entourage questioni che sboccano nell’apertura di un dialogo)
3) Valutazione (Giovani che accettano una valutazione)
4) Presa in carico (Giovani che entrano in un percorso terapeutico).

Il modello bio-psico-sociale è una strategia di approccio alla persona, sviluppato da Engel negli anni Ottanta sulla base della concezione multidimensionale della salute descritta nel 1947 dal WHO (World Health Organization). Il modello pone l’individuo ammalato al centro di un ampio sistema influenzato da molteplici variabili. Per comprendere e risolvere la malattia il medico deve occuparsi non solo dei problemi di funzioni e organi, ma deve rivolgere l’attenzione agli aspetti psicologici, sociali, familiari dell’individuo, fra loro interagenti e in grado di influenzare l’evoluzione della malattia.
Se l’approccio educativo e psicologico è di prioritaria importanza, è tuttavia necessario non trascurare problemi somatici legati alla pubertà e esigenze di sostegno nell’ambito della formazione (scuola o lavoro).

L’approccio sistemico presuppone che un individuo sia in interazione con il suo contesto e che i cambiamenti che lo riguardano andranno a loro volta a riguardare il suo contesto e viceversa. Nel lavoro con gli adolescenti rileviamo i seguenti elementi:
• Ci sembra inevitabile lavorare con la famiglia
• Altrettanto inevitabile è il lavoro con la rete.
• La sistemica presuppone che chi interviene non sia una persona neutra ma che partecipi al sistema e alla problematica con gli altri membri della famiglia.

Secondo la teoria dell’attaccamento i meccanismi dell’attaccamento permettono di preservare il legame vitale dei neonati con le figure che nutrono e che proteggono. Nell’uomo, che nasce prematuramente rispetto agli altri mammiferi e che utilizza le emozioni come fattore di regolazione essenziale nelle interazioni, i meccanismi dell’attaccamento rivestono un ruolo complesso e determinante nella strutturazione della sua personalità. L’impronta di attaccamento di base si verifica nei primi mesi di vita; l’adolescenza, che è un periodo di vita cruciale di rimescolamento dei legami con le figure di riferimento, si appoggia sulla qualità dell’attaccamento sviluppato nella prima infanzia. Si tratta di avere un attaccamento abbastanza sicuro per potersi autonomizzare. L’involarsi dal nido genitoriale si realizza nella maggior parte dei giovani con livelli di timore o di ansia tollerabili. Alcuni comportamenti dell’adolescente possono svolgere la funzione di limitare questa ansia nei giovani il cui attaccamento risulta insicuro.
Dai primi anni di vita il bambino sviluppa con le sue figure di cura un modello di base che determinerà nel resto della vita il suo modo di relazionarsi affettivamente con gli altri. Se un bambino vive le sue prime relazioni su una base di insicurezza, ci sono buone probabilità che i suoi schemi di interazione futura siano impregnati di questa insicurezza. La sfida allora sarà quella di creare dei legami di sicurezza sufficiente per consentirgli un cambiamento, o almeno di offrire una rassicurazione sufficiente per preparare un cambiamento e per vivere bene con la propria insicurezza.

Secondo il modello Transazionale di Eric Berne le persone, gli adolescenti, sono innanzitutto ok. Con questo si intende che essi sono capaci di essere amorevoli, collaborativi, intelligenti e sani. Allora perché si dice che agiscono così male od assumono comportamenti fortemente a rischio della propria salute? In parte questo, come detto prima, corrisponde ad un bisogno di differenziazione ed allontanamento dai modelli genitoriali. Per poter identificarmi in un Io Adulto ho bisogno di conoscere il limite, di sfidare la regola per essere io ad impormela. In questi casi il comportamento trasgressivo si limiterà al periodo adolescenziale e scomparirà man mano con il raggiungimento della maggiore età. Ma in Analisi Transazionale questi comportamenti possono anche essere il frutto di copioni distruttivi. Corrisponderebbero a scelte inconsce riguardanti la vita che inducono i bambini ad allontanarsi gradualmente da quello che Claude Steiner chiama “il proprio centro”.
Se un piccolo viene abituato a non concentrarsi troppo sulle proprie sensazioni, a non dare credito ad esse, ma piuttosto ad ascoltare ciò che gli altri indicano come debba essere il nostro piacere ecco che è possibile che il ragazzo inizi a ricercare questo benessere non più attraverso ciò che sente ma attraverso ciò che la sostanza gli permette di avvertire. Se ci poniamo in ascolto del nostro corpo sentiamo che le sigarette fanno male, che l’aria pura fa bene, che l’alcool oltre una certa misura fa stare male mentre essere innamorati fa stare bene. Allora, ci si potrebbe chiedere: perché questi comportamenti contrari alla salute sono così diffusi e praticati soprattutto nel periodo adolescenziale? Perché questi ultimi consentono un seppur breve ed effimero contatto con il proprio centro. L’adolescente è alla disperata ricerca di un modo per poter ritrovare quel collegamento. Sente di averlo perso allontanandosi dall’infanzia, non sa più ricreare quella magia autonomamente. La pressione ambientale, famiglia, scuola, genitori, società lo investono di messaggi ormai rivolti ad una crescita, una prestazione, un risultato. Il suo valore non dipende più semplicemente dal fatto di esistere, ma da quanto si dimostra abile in diversi contesti. Questa pressione associata a messaggi distorti provenienti dai genitori riguardanti il sentire le emozioni possono indurlo alla ricerca di una disperata via di fuga, ristabilire un contatto con la parte più gioiosa e spensierata di sé. Ecco allora dove entrano in gioco le sostanze, il gioco d’azzardo, il cibo, il consumismo più sfrenato, la ricerca di una sessualità scollegata dall’affetto così come la crudeltà ed il cinismo di alcuni atteggiamenti da branco. Compito dell’Analista Transazionale è comprendere insieme al giovane ed ai famigliari se dietro quei comportamenti non vi sia appunto una scelta autodistruttiva, un copione tragico. Non per convincere la persona a cambiarlo, ma permettere consapevolezza e responsabilità dei propri agiti ed eventualmente modificarli decidendo di vivere in modo sano e a lungo piuttosto che ritrovarsi più avanti negli anni e scoprire di aver accumulato danni non più riparabili a causa di scelte inconsce effettuate quando erano bambini e pensavano da bambini.

Nel corso dei loro studi, precisamente quelli con persone decise a smettere di fumare, Prochaska, Norcross e Di Clemente (1994) hanno sviluppato un modello degli stadi del cambiamento per popolazioni adulte e dipendenti (Fig 5, pag 28) [Pre-contemplazione, contemplazione, azione, decisione, mantenimento, ricaduta]. Si può restare bloccati o rimanere per diverso tempo in uno stadio, ma l’ordine non potrà cambiare e non si potrà parlare di cambiamento senza essere passati da tutti gli stadi.
Gli autori hanno constatato che è possibile passare attraverso i 5 stadi e mantenere il cambiamento ottenuto già dal primo tentativo. Tuttavia ciò costituisce l’eccezione e non la regola poiché la maggior parte della popolazione compie delle ricadute.
Bisogna dunque mettere in conto che una ricaduta è da prevedere, che è normale e che fa parte del processo di cambiamento e/o di guarigione e che non è un “passo indietro”.
Identificare lo stadio nel quale si trova il giovane che si rivolge a noi ci permette di aggiustare il tiro. Non pianificheremo nello stesso modo una presa in carico di qualcuno che non è cosciente del problema (pre-contemplazione) e di qualcuno che si sta preparando a fare un azione concreta (contemplazione).
Questo modello è soprattutto pertinente per coloro che hanno un consumo con problematica di dipendenza. Per gli adolescenti, lo stadio nel quale si trovano più spesso è quello della pre-contemplazione che possiamo anche chiamare “della passione” o “della luna di miele”.
Il lavoro con la famiglia
Perché lavorare con la famiglia
La presa in carico dei problemi di consumo esige un approccio integrato che tenga conto di tutta la complessità della situazione, secondo il modello bio-psico-sociale.
A livello individuale, il malessere vissuto dall’adolescente si inscrive il più delle volte nel contesto familiare (rete primaria) il cui equilibrio viene messo in crisi.
Le famiglie, di fronte ai cambiamenti degli adolescenti, non hanno altra scelta che rinegoziare le condizioni di vita comune permettendo così il mantenimento di un equilibrio. Per alcune di loro le risorse attivabili sono sufficienti per assumersi il rischio del confronto. Per altre il compito si rivela arduo o insormontabile In questo contesto, è l’adolescente che “diventa” il problema. Tutta l’attenzione si focalizzerà su di lui mentre dovrebbe essere tutto il contesto familiare a rimodulare le sue interazioni.
Obiettivi di guida e sostegno parentale possono aiutare i genitori ad aiutare i propri figli.